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Commercialista Luca Valsecchi: imprenditoria, numeri e decisioni. Il problema non sono più le scadenze  


Commercialista Luca Valsecchi: imprenditoria, numeri e decisioni. Il problema non sono più le scadenze   Immagine

Il commercialista arriva spesso quando la decisione è già presa. Valsecchi a Storytime spiega perché i numeri dell’impresa vanno letti prima

Il 16 settembre 2026 molte imprese italiane avranno una serie precisa di appuntamenti con il fisco: IVA, ritenute e altri versamenti compaiono nello scadenzario ufficiale dell’Agenzia delle Entrate. Il calendario sa già cosa deve succedere.

L’imprenditore, invece, potrebbe non sapere ancora come sta andando davvero il suo 2026.

È dentro questa distanza che Luca Valsecchi colloca una parte del lavoro del commercialista che rimane spesso nascosta dietro F24, dichiarazioni e contabilità. Dottore commercialista e revisore legale, iscritto all’Albo dal 2005, Valsecchi ha lavorato in studi di Como e Milano e maturato esperienze con enti pubblici e collegi sindacali di multinazionali. Oggi il suo studio segue professionisti, piccoli imprenditori e società.

La sua posizione porta a una conclusione meno comoda di quanto sembri: nelle piccole imprese, se il commercialista viene coinvolto soltanto quando c’è qualcosa da presentare o pagare, una parte importante del suo lavoro arriva quando le decisioni sono già state prese.

Il 16 settembre arriva comunque

Settembre, osserva Valsecchi con una battuta durante l’intervista a Storytime, fiscalmente «non è un mese caldissimo». Nel 2026, tuttavia, il 16 settembre concentra numerosi adempimenti per imprese e professionisti. Lo scadenzario dell’Agenzia delle Entrate comprende, a seconda della posizione del contribuente, liquidazioni IVA, ritenute e rate relative a saldo 2025 e acconti 2026.

Ma Valsecchi sposta subito il discorso.

Settembre è anche il momento in cui un’impresa dispone ormai di abbastanza mesi alle spalle per cominciare a interrogare seriamente l’anno in corso. Non per sapere soltanto quanto dovrà versare. Per sapere che cosa sta producendo.

La distinzione sembra sottile finché non entra in azienda. Un F24 risponde a una domanda amministrativa. Un bilancio letto con criterio può porne altre: l’attività sta generando margine? I costi stanno crescendo nella stessa misura dei ricavi? La struttura scelta quando l’impresa era più piccola è ancora coerente con quella attuale?

Valsecchi sintetizza il punto con una convinzione maturata lavorando sui conti: i numeri non dicono bugie.

Naturalmente possono essere letti male, arrivare tardi o essere privi del dettaglio necessario. Ma hanno una caratteristica che manca alle impressioni: costringono a misurarsi con ciò che è successo.

È qui che cambia il significato della contabilità.

Se serve soltanto a ricostruire correttamente il passato per adempiere agli obblighi, il commercialista rimane prevalentemente il custode della conformità. Se quei numeri vengono interrogati mentre esiste ancora la possibilità di modificare una decisione, diventano materiale imprenditoriale.

E allora la domanda non è più quanto sia bravo il professionista a rispettare una scadenza. È perché l’imprenditore lo chiami proprio in quel momento.

Il paradosso dell’impresa perfettamente in regola

Un’azienda può rispettare le scadenze fiscali ed essere gestita male. Le due condizioni non si escludono.

È questo il paradosso che rende riduttiva l’immagine del commercialista come professionista dei 730, degli F24 e delle dichiarazioni. Gli adempimenti esistono e occupano una parte reale del lavoro. Ma non certificano la qualità delle decisioni prese dall’imprenditore.

Valsecchi cita un errore apparentemente banale: mischiare denaro aziendale e personale.

Accade quando il titolare utilizza il conto dell’impresa quasi come un’estensione del proprio portafoglio, oppure fa transitare in maniera disordinata operazioni private e aziendali. Non è soltanto una seccatura per chi deve ricostruire la contabilità.

Rivela qualcosa sul modo in cui l’imprenditore percepisce l’impresa.

Se il confine tra patrimonio personale e denaro aziendale diventa sfocato nella gestione quotidiana, anche la lettura della liquidità rischia di esserlo. Vedere denaro sul conto non equivale a sapere quanto l’attività stia guadagnando.

Lo stesso problema compare sotto un’altra forma con il regime forfettario.

Valsecchi ricorda nell’intervista il limite degli 85.000 euro e l’imposta sostitutiva ordinaria del 15%, ridotta al 5% per le nuove attività che rispettano le condizioni previste. Ma la soglia, da sola, non risponde alla domanda che interessa davvero al professionista: quel regime conviene a quella specifica attività?

Nel 2026 gli 85.000 euro restano il limite ordinario di ricavi o compensi; il superamento oltre 100.000 euro determina invece la cessazione immediata del regime. Anche l’aliquota ridotta al 5% non spetta indiscriminatamente a chiunque apra una nuova partita IVA: sono necessari specifici requisiti.

La regola fiscale stabilisce ciò che è possibile. Non stabilisce automaticamente ciò che è conveniente. Ed è precisamente nello spazio tra queste due cose che la consulenza smette di essere burocrazia.

Ma perché tante imprese continuano a scoprire questo spazio soltanto quando qualcosa comincia a non tornare?

La contabilità retrovisore

Possiamo chiamarla contabilità retrovisore. È il modello in cui l’imprenditore guarda sistematicamente i numeri quando servono a spiegare ciò che è già accaduto, anziché quando possono ancora influenzare ciò che accadrà.

Il meccanismo è semplice. I documenti vengono prodotti durante l’attività. Arrivano allo studio. La contabilità li ordina. Le scadenze trasformano una parte di quelle informazioni in obblighi. A quel punto il titolare scopre quanto deve pagare e, talvolta, comincia a domandarsi perché.

Formalmente il sistema ha funzionato. Managerialmente potrebbe essere arrivato tardi.

Per Valsecchi il primo antidoto è quasi irritantemente elementare: ordine. Lui stesso scherza sul proprio essere «pignolino», legandolo al segno della Vergine, ma dietro la battuta c’è una questione operativa. Documenti consegnati tardi, informazioni mancanti e decisioni comunicate a cose fatte riducono lo spazio nel quale il professionista può intervenire.

La fatturazione elettronica avrebbe dovuto eliminare almeno una parte di questo attrito.

Dal 1° gennaio 2019 la fattura elettronica è diventata obbligatoria per le operazioni interessate dalla disciplina tra soggetti residenti o stabiliti in Italia. Quello che all’inizio poteva apparire come un ulteriore peso amministrativo ha progressivamente trasformato la disponibilità dei dati fiscali.

Valsecchi invita però a non confondere digitalizzazione e infallibilità. Operazioni con l’estero, dati incompleti o casistiche IVA particolari sono precisamente i punti nei quali una telefonata prima di emettere il documento può valere più della correzione successiva.

Lo stesso vale su scala maggiore per l’impresa. Quando aprire una società? Quale forma giuridica scegliere? Come interpretare un bilancio? Quando una struttura di costi sta diventando incoerente con il fatturato? Sono domande nelle quali il dato contabile diventa utile prima della decisione, non dopo.

Il commercialista più costoso è quello che chiami gratis: dopo aver deciso. Il punto, però, va delimitato. Perché trasformare ogni commercialista nel consigliere universale dell’imprenditore sarebbe l’errore opposto.

Il commercialista non deve dirigere l’azienda

Un’impresa non può delegare al commercialista la propria strategia. È la contro-tesi più seria e va accettata.

Conoscere il bilancio non significa conoscere automaticamente il prodotto, il mercato, i clienti, la produzione o la qualità delle persone che lavorano nell’organizzazione. Un imprenditore che chiedesse al professionista fiscale di sostituirsi a lui nelle decisioni commerciali avrebbe semplicemente spostato il problema.

Esiste inoltre una questione di responsabilità. Il consulente può mostrare che una determinata scelta modifica costi, fiscalità, esposizione o struttura patrimoniale. La decisione rimane dell’imprenditore.

Il valore del commercialista emerge quindi non quando prende il volante, ma quando impedisce che il titolare guidi guardando soltanto dal parabrezza. I numeri aggiungono uno specchio. Questo limite rende più interessante anche il rapporto con l’intelligenza artificiale.

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha pubblicato già nell’ottobre 2024 una prima guida operativa dedicata all’AI applicata alla professione, seguita da una seconda nel giugno 2025. Nell’ottobre 2025 la Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti ha pubblicato un terzo lavoro dedicato, fra l’altro, alla governance degli strumenti AI e ai servizi professionali a valore aggiunto.

La professione, quindi, non sta aspettando di capire se l’AI arriverà. Sta già cercando di capire dove metterla.

Valsecchi individua il confine nel giudizio. Un sistema può aiutare a produrre testi, automatizzare attività e analizzare documenti. Il professionista deve però chiedersi se una clausola sia coerente con il caso concreto o se una voce di bilancio sia formalmente possibile ma economicamente illogica.

Ed è proprio questo confine a suggerire che la prossima trasformazione del commercialista potrebbe riguardare meno la tecnologia di quanto sembri.

Quando l’AI farà bene la parte facile

Se software e intelligenza artificiale assorbono progressivamente le attività standardizzabili, il valore economico del semplice trasferimento di informazioni diminuirà.

Non significa che gli adempimenti spariranno. Significa che sarà più difficile costruire il valore percepito di uno studio soltanto su ciò che una macchina riesce a velocizzare.

Qui compare un effetto di secondo ordine. Più diventa semplice produrre una fattura, organizzare documenti, cercare una norma o generare una prima bozza di contratto, più diventa visibile la differenza tra elaborare informazioni e assumersi la responsabilità professionale di interpretarle.

Chi vince?

Gli studi capaci di automatizzare il lavoro ripetitivo senza trasformare il cliente in un numero; e gli imprenditori disposti a condividere informazioni abbastanza presto da ricevere una consulenza quando esistono ancora alternative.

Chi perde?

Il professionista che vende prevalentemente esecuzione amministrativa facilmente standardizzabile. Ma perde anche il titolare che continua a considerare il commercialista un pronto soccorso fiscale: qualcuno da chiamare quando arriva una comunicazione dell’Agenzia delle Entrate o quando una scadenza è ormai addosso.

Su quest’ultimo punto Valsecchi dà un consiglio concreto. Quando arriva una comunicazione fiscale, non bisogna né ignorarla automaticamente come possibile phishing né presumere che sia autentica: va verificata. In caso di dubbio, va portata al professionista.

È quasi la miniatura dell’intero rapporto tra commercialista e imprenditore. Non delegare il pensiero. Non improvvisare la risposta.

Il 16 settembre, intanto, continuerà ad arrivare. IVA, ritenute e versamenti avranno una data, un codice e un importo. Il sistema fiscale pretende precisione e il commercialista continuerà a occuparsene.

Ma quando quel modello F24 sarà pronto, una parte importante della storia dell’impresa sarà già stata scritta nei mesi precedenti: nelle fatture emesse, nei costi sostenuti, nei prezzi accettati, nei clienti acquisiti e nelle decisioni rinviate. A quel punto il professionista potrà ricostruirla perfettamente.

La questione più scomoda è un’altra: se possiedi già quei numeri mentre stai scrivendo la storia, perché aspetti una scadenza fiscale per guardarli?

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