È una domanda che può arrivare nel momento più silenzioso della giornata, quando la casa dorme e un padre rimane solo con i propri pensieri.
La giornata torna indietro come un film: quella volta in cui ha alzato la voce, il «dopo, adesso non posso», un momento in cui il figlio lo ha guardato senza che lui sapesse esattamente cosa dire o come reagire.
È proprio da questa domanda, e dalla sensazione di non essere sempre all’altezza del ruolo più importante della propria vita, che prende forma “Da Padre a Padre”, un progetto ideato da Luca Podavini e un percorso nato dall’esperienza personale di padre che ha scelto di interrogarsi, formarsi e costruire una propria mappa per affrontare con maggiore consapevolezza la genitorialità.
L’obiettivo è ambizioso ma concreto: aiutare i padri a diventare figure più calme, presenti e autorevoli, capaci di essere per i propri figli quella guida di cui hanno bisogno.

Il progetto nasce insieme alla nascita del figlio Federico, dopo un percorso personale durato circa tre anni.
Prima di diventare padre, il suo ideatore riteneva di essere preparato. Aveva alle spalle anni di formazione e di crescita personale e pensava che quelle conoscenze sarebbero state sufficienti per affrontare il nuovo ruolo.
Ma la nascita di Federico ha cambiato completamente la prospettiva.
A pochi secondi dalla nascita del figlio, è arrivata una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: «E mo’ che si fa?».
È stato il momento in cui è emersa la consapevolezza di una realtà spesso sottovalutata: nessuno insegna davvero a diventare padre.
La prima emozione è stata quella dell’inadeguatezza. Di fronte a una responsabilità completamente nuova, la risposta è stata quella più naturale per chi è abituato a cercare soluzioni: documentarsi, studiare, cercare strumenti.
Il materiale disponibile era molto, ma spesso appariva frammentario. Tecniche, schemi e suggerimenti sembravano affrontare singoli comportamenti senza rispondere alla domanda più profonda: come può un uomo diventare il padre che desidera essere?
La consapevolezza che avrebbe dato una direzione precisa al progetto è arrivata alcuni anni dopo, quando Federico aveva circa tre anni.
Era sera, il momento della routine prima di andare a dormire. Bagno, denti, doccia. Il bambino, però, sembrava avere ancora un’energia inesauribile: giocava con il suo scudo di Capitan America, saltava, parlava e continuava a fare richieste.
Dall’altra parte c’era un padre che arrivava alla fine di una lunga giornata di lavoro, con la stanchezza e i pensieri accumulati durante le ore precedenti.
Le richieste di vestirsi e prepararsi per la doccia non sortivano effetto. Dopo aver provato gli strumenti che aveva imparato, la pazienza è arrivata al limite.
A quel punto il padre ha scelto la strada dell’autorità imposta: ha preso Federico, lo ha spogliato e lo ha portato sotto la doccia.
L’obiettivo immediato era stato raggiunto. Ma quella sera è diventata un punto di svolta.
La riflessione non riguardava più soltanto il risultato ottenuto, ma il messaggio che quel comportamento avrebbe potuto lasciare nel lungo periodo.
È lì che è comparsa una parola destinata a diventare centrale nel progetto: il “copione”.

Il “copione” è l’insieme degli automatismi che entrano in funzione quando un padre ha esaurito le proprie energie e smette di scegliere consapevolmente come comportarsi.
Sono reazioni apprese nel corso della vita, spesso osservando i propri genitori e assorbendo inconsapevolmente determinati modelli educativi.
Non sono necessariamente comportamenti scelti in modo razionale. Sono risposte automatiche che emergono soprattutto nei momenti di maggiore stress.
Il percorso “Da Padre a Padre” parte proprio da qui: prima di modificare un comportamento, occorre comprendere che cosa lo fa scattare.
Questi elementi vengono identificati come “trigger”, ovvero quei fattori che innescano automaticamente una determinata reazione.
Uno degli esempi riguarda il padre autoritario, quello che sente il bisogno di imporsi per ottenere obbedienza. Il comportamento può emergere quando il padre interpreta una reazione del figlio come una provocazione, una sfida o una mancanza di rispetto.
Ma è proprio questa interpretazione che può cambiare completamente la dinamica.
Uno dei principi alla base della filosofia di “Da Padre a Padre” è che un bambino non mette in atto determinati comportamenti con la stessa intenzionalità con cui potrebbe farlo un adulto.
Il suo sviluppo neurologico ed emotivo è ancora in corso e la capacità di gestire e comunicare le proprie emozioni non è completamente maturata.
Di conseguenza, una reazione apparentemente provocatoria può essere, in realtà, l’espressione di un’emozione che il bambino non riesce ancora a gestire o comunicare.
Nel caso dei più piccoli, può persino mancare la capacità linguistica necessaria per spiegare ciò che stanno provando. Anche durante l’adolescenza, pur essendo disponibili maggiori strumenti comunicativi, il processo di gestione delle emozioni rimane in evoluzione.
La differenza, quindi, sta nell’interpretazione del padre.
Se il comportamento viene letto come una sfida, può attivarsi il bisogno di esercitare potere e autorità. Se invece viene riconosciuto come un’espressione di un’emozione difficile da gestire, può entrare in gioco un’altra modalità: quella della presenza.
E la presenza, a differenza del potere, tende ad avvicinare.
Il progetto nasce da una convinzione precisa: per contribuire a crescere una generazione di figli più sicuri, liberi, consapevoli e capaci di esprimere il proprio potenziale, è necessario lavorare anche sugli adulti che li accompagnano.
Da qui l’idea di concentrarsi prima di tutto sui padri.
Non per sminuire il ruolo materno, considerato fondamentale e complementare, ma perché l’esperienza personale del fondatore del progetto è quella di un padre che conosce direttamente le emozioni, le difficoltà e i dubbi legati a questo ruolo.
Secondo questa prospettiva, i padri rappresentano ancora un segmento relativamente poco accompagnato da percorsi specificamente pensati per loro.
Spesso ricevono indicazioni generiche: essere più presenti, giocare di più con i figli, trascorrere più tempo insieme. Meno frequente è invece un lavoro strutturato su una domanda più profonda: che uomo deve diventare un padre per essere la guida di cui suo figlio ha bisogno?
Un altro tema centrale riguarda l’errore.
Ammettere davanti a un figlio di avere sbagliato non significa necessariamente perdere autorevolezza. Al contrario, può rappresentare un’occasione educativa importante.
L’autorevolezza, secondo la visione alla base del progetto, non coincide con l’assenza di fragilità o con la capacità di avere sempre ragione.
Il vero problema emerge quando il padre perde la calma e ricorre all’urlo come unico strumento per ottenere obbedienza.
In quel momento, la perdita di controllo può essere il segnale che le risorse personali a disposizione sono terminate.
Per questo il lavoro non consiste semplicemente nell’insegnare nuove tecniche educative, ma nel comprendere quali risorse un padre debba sviluppare per riuscire a gestire anche le situazioni più difficili senza affidarsi automaticamente ai vecchi copioni.
C’è anche una ragione precisa dietro la scelta di rivolgersi esclusivamente ai padri.
Il progetto nasce dall’esperienza diretta di un uomo che non si presenta come psicologo, pedagogista o come portatore di una verità assoluta sulla genitorialità.
Si presenta, prima di tutto, come un padre.
Un padre che commette errori, che ha riconosciuto i propri limiti e che ha deciso di trasformare quella consapevolezza in un percorso da condividere con altri uomini che vivono le stesse difficoltà.
La sua definizione è volutamente semplice: un padre che aiuta altri padri a non ripetere gli errori commessi dalle generazioni precedenti.
Non avendo trovato un percorso unico, chiaro e strutturato che rispondesse alle domande che si era posto, il fondatore di “Da Padre a Padre” ha iniziato a costruire autonomamente la propria “mappa”.
Una mappa nata prima di tutto per sé stesso e successivamente trasformata in un percorso destinato ad altri padri.
Al centro ci sono la consapevolezza dei propri automatismi, la capacità di riconoscere i trigger, la gestione delle emozioni, la presenza e la costruzione di un’autorevolezza che non abbia bisogno di essere imposta attraverso la paura.
L’obiettivo non è quello di diventare un padre perfetto, ma un padre più consapevole delle proprie reazioni e delle conseguenze che possono avere sui figli.
“Da Padre a Padre” nasce dunque da una domanda personale e si trasforma in un progetto rivolto a una comunità più ampia di uomini.
«Sto facendo abbastanza per mio figlio?» può continuare a essere una domanda difficile, ma può anche diventare l’inizio di un percorso.
Perché essere un buon padre non significa non sbagliare mai. Significa avere la disponibilità a osservare i propri errori, comprenderne l’origine e scegliere, quando possibile, una risposta diversa.
In questa prospettiva, la vera sfida della paternità non è trovare la tecnica perfetta per farsi ascoltare, ma diventare progressivamente la persona che il proprio figlio può riconoscere come una guida: presente, calma, autorevole e capace di accompagnarlo nella crescita.
E il cambiamento, secondo la filosofia di “Da Padre a Padre”, non parte dal figlio. Parte dal padre.
Podavini racconta di aver cercato una cosa sola: non un trucco, non l’ennesima tecnica, ma una mappa.
Qualcosa che gli dicesse dove si trovava, dove doveva arrivare e in che ordine muoversi. Non avendola trovata, ha deciso di disegnarla.
Ne è nato il Metodo G.U.I.D.A., un acronimo in cui ogni lettera è un verbo, cioè un’azione e non un concetto.
«G – Governa te stesso. Il lavoro sull’uomo, prima ancora di aprire bocca. Perché i figli non fanno quello che dici. Diventano quello che sei.
U – Usa le parole giuste. Le parole costruiscono o incatenano. “Sei sempre il solito” è una condanna a vita, e la maggior parte dei padri la pronuncia senza accorgersene.
I – Intreccia relazioni sane. Compresa quella con sua madre. Perché tuo figlio, su come si sta al mondo con gli altri, non impara da quello che gli spieghi: impara guardando come tratti tua moglie.
D – Difendi le fondamenta della libertà Materiale. Questa sorprende sempre. È il padre che si tiene in piedi: salute, energia, soldi, abitudini. Un padre esausto o schiacciato dai debiti non è presente. È lì, ma non c’è.
A – Accompagna verso l’autonomia. L’arrivo. Perché il mestiere del padre, se lo fai bene, è renderti progressivamente inutile.»
A cura di Marzia Lazzerini