Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale (AI) è entrata con prepotenza nel dibattito pubblico, spesso descritta come una tecnologia improvvisa e rivoluzionaria. Tuttavia, le sue basi teoriche risalgono a molti decenni fa. Ciò che ha cambiato radicalmente lo scenario attuale è la possibilità concreta di utilizzarla su larga scala, spinta dalla maggiore potenza computazionale, dall’enorme quantità di dati disponibili e da strumenti sempre più accessibili anche al di fuori dei laboratori accademici.
Questo è il tema centrale affrontato dall’Ing. Mirko Messori (Ph.D., Computer Engineer, Data Scientist e AI & Automation Expert) durante una recente intervista per il programma StoryTime. La sua visione delinea un quadro molto chiaro: l’intelligenza artificiale non deve essere considerata una moda passeggera, bensì una tecnologia che, se progettata e governata in modo corretto, si rivela uno strumento potentissimo a supporto delle persone e delle organizzazioni.
L’esperienza significativa dell’Ing. Messori con l’AI inizia nel 2015, nel corso dei suoi studi di dottorato. In quel periodo si è occupato dello sviluppo di algoritmi applicati al controllo glicemico per pazienti diabetici, nell’ambito della ricerca sui sistemi di pancreas artificiale. Quel contesto ha reso evidente un principio fondamentale: un modello matematico o un algoritmo acquisiscono vero valore solo quando producono un impatto concreto e migliorano la qualità della vita delle persone.
Questo stesso principio si applica oggi al mondo del lavoro. L’intelligenza artificiale, specialmente quando integrata con i sistemi di automazione, offre l’opportunità di abbattere il peso delle attività ripetitive, manuali o ad alto dispendio operativo.
L’introduzione dell’AI in azienda non ha l’obiettivo di eliminare il ruolo dell’uomo. Al contrario, favorisce lo spostamento del contributo umano verso mansioni a maggiore valore aggiunto, quali il controllo, l’interpretazione dei dati, la decisione strategica, la progettazione, la relazione con il cliente e la supervisione della qualità.
È essenziale ricordare che i sistemi di intelligenza artificiale moderni si basano su modelli probabilistici. Questo significa che, pur producendo risultati altamente efficaci, possono commettere errori. Di conseguenza, la supervisione umana resta imprescindibile. Un sistema intelligente non deve essere percepito come il sostituto automatico del lavoratore, ma come uno strumento operativo da governare con competenza, metodo e responsabilità.
Un esempio concreto dell’applicazione di queste tecnologie si riscontra nell’automazione documentale in ambito finanziario. Molti processi aziendali richiedono l’estrazione, il controllo e l’inserimento a sistema di informazioni provenienti da documenti complessi. Se svolte manualmente, queste attività richiedono tempistiche dilatate e presentano un alto rischio di inefficienze o errori.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale può farsi carico dell’estrazione e della pre-elaborazione delle informazioni, lasciando all’operatore umano l’attività cruciale di validazione, correzione e valutazione della qualità del dato finale. Il lavoro, dunque, non scompare: cambia semplicemente natura.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà esclusivamente tecnica, ma soprattutto culturale. Le aziende dovranno imparare a distinguere tra un’automazione realmente utile e un’implementazione superficiale dettata solo dall’entusiasmo del momento. Parallelamente, i professionisti saranno chiamati a sviluppare nuove competenze per utilizzare questi strumenti in modo sempre più consapevole.
L’intelligenza artificiale non rappresenta una contrapposizione tra uomo e macchina. La prospettiva vincente è quella dell’integrazione: macchine capaci di supportare l’esecuzione di processi complessi, affiancate da persone finalmente libere di concentrarsi su tutto ciò che richiede giudizio critico, esperienza, creatività e senso di responsabilità.
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A cura di Spampinato Giusy M.Luisa