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Michela Motoc, da personal brand a impresa: quando l’immagine diventa identità


Michela Motoc, da personal brand a impresa: quando l’immagine diventa identità Immagine

Dalle passerelle al podio di Miss Europe Continental, dalle esperienze internazionali alla scelta di costruire un progetto imprenditoriale tutto suo

Ospite negli studi di Storytime, Motoc racconta un percorso fatto di immagine, certo, ma soprattutto di disciplina, consapevolezza e capacità di evolvere. Perché ci sono carriere che procedono seguendo una strada già tracciata e altre che, a un certo punto, cambiano forma.

Quella di Michela Motoc, ospite d’eccezione negli studi di Storytime, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Modella, influencer, imprenditrice: tre definizioni che raccontano altrettanti momenti della sua storia, ma che prese singolarmente non riescono a restituire fino in fondo il profilo di una donna che ha costruito il proprio percorso imparando anche a rileggere le occasioni del passato.

Durante la conversazione con Storytime emerge infatti una Michela molto diversa dall’immagine patinata che inevitabilmente accompagna chi ha lavorato per anni nel mondo della moda.

C’è la bellezza, naturalmente. C’è il fascino di una carriera che l’ha portata sulle passerelle e fuori dall’Italia. Ma dietro c’è soprattutto una professionista che oggi guarda a ciò che ha vissuto con maggiore consapevolezza e con una domanda molto concreta: come trasformare ciò che si è costruito intorno al proprio nome in qualcosa capace di durare nel tempo?

Da Verona a Milano: quando una passione diventa un mestiere

La storia comincia presto.

A 19 anni Michela frequenta a Verona un corso di portamento. Potrebbe sembrare semplicemente il primo passo verso il mondo della moda, ma nel suo racconto quel periodo assume un significato diverso.

È lì che impara alcune delle regole che accompagneranno tutta la sua carriera: essere puntuale, rispettare gli impegni, presentarsi preparata, comprendere che dietro una sfilata o uno shooting fotografico esiste un lavoro vero.

La moda, insomma, smette presto di essere soltanto fascino. Diventa disciplina.

E diventa anche logistica. Vivere a Verona significa affrontare continui spostamenti verso Milano e Roma, partire in anticipo, sostenere costi e rientrare spesso molto tardi. Per una ragazza giovane che viaggia da sola, ogni opportunità professionale richiede uno sforzo ulteriore.

La scelta di trasferirsi a Milano cambia tutto.

Le distanze si accorciano, i casting diventano più accessibili e iniziano ad arrivare le prime aziende che la cercano direttamente. Quello che fino a quel momento era stato soprattutto un desiderio prende definitivamente la forma di una professione.

Poi arriva il 2016.

Quella sera a Spoleto

Spoleto. Miss Europe Continental.

Quarantacinque ragazze, provenienti da altrettanti Paesi, si ritrovano per una settimana che culminerà nella finale internazionale.

Michela arriva lì dopo aver conquistato la selezione nazionale rumena.

Sono giorni intensi, ritmi serrati, preparazione continua. Quando arriva la sera decisiva è stanca, quasi esausta. Poi viene pronunciato il suo nome: terzo posto.

Le lacrime.

E la percezione che qualcosa sia cambiato.

Non è più soltanto una modella. È diventata una Miss.

È probabilmente uno dei passaggi più suggestivi del suo racconto, anche perché oggi Michela non lo osserva con nostalgia. Lo guarda con la lucidità di chi, dieci anni dopo, riesce a vedere non soltanto ciò che ha conquistato, ma anche ciò che avrebbe potuto fare diversamente.

«Avrei potuto sfruttare molto meglio quel momento. Gli anni non tornano indietro».

Una frase semplice, ma forse una delle più interessanti emerse durante l’intervista a Storytime.

Perché racconta qualcosa che riguarda Michela, ma riguarda anche moltissimi professionisti: riconoscere un’opportunità mentre la si sta vivendo è molto più difficile che riconoscerla guardandosi indietro.

Il successo, i viaggi e la capacità di dire no

Dopo quel podio il percorso continua.

Arrivano campagne, collaborazioni e periodi trascorsi all’estero, tra Dubai e Kuwait. Crescono la notorietà e il pubblico che segue Michela anche sui social.

Ma c’è un altro elemento che aiuta a comprenderne il profilo: non tutte le occasioni vengono accettate.

Nel corso degli anni arrivano anche proposte per shooting in intimo, reality e video musicali. Michela sceglie di rifiutare ciò che sente distante dalla propria identità.

Ed è forse proprio qui che il concetto di personal brand smette di essere una formula da marketing e diventa qualcosa di molto più concreto.

Costruire un’immagine non significa semplicemente mostrarsi. Significa decidere come mostrarsi e, soprattutto, scegliere ciò a cui non si vuole associare il proprio nome.

Perché la visibilità può essere ottenuta velocemente. La credibilità, molto meno.

Michela sembra averlo compreso progressivamente nel corso della propria carriera.

Dai follower alle persone

Durante l’incontro negli studi di Storytime emerge infatti con forza un’altra parola: responsabilità.

Michela racconta di avere una regola quando parla di un prodotto o di un servizio: se lo mostra o lo consiglia, deve averlo provato personalmente oppure deve averne verificato concretamente i risultati.

Può sembrare una precisazione scontata. Nel mondo della comunicazione digitale contemporanea non lo è affatto.

Lo dimostra un episodio raccontato durante l’intervista: alcune persone, seguendo una sua esperienza, hanno scelto di recarsi in Turchia per sottoporsi a interventi presso una clinica.

A quel punto il rapporto cambia.

«Quella persona non è più un follower. È qualcuno verso cui sento una responsabilità».

Ed è probabilmente qui che si comprende meglio l’evoluzione di Michela Motoc.

Per anni il suo lavoro è stato inevitabilmente legato alla propria immagine. Oggi sembra interessarle sempre di più ciò che quell’immagine è in grado di rappresentare.

La differenza è sottile, ma enorme.

Un follower può guardarti. Una persona che si fida di te può prendere una decisione sulla base delle tue parole.

E la fiducia, a differenza della semplice notorietà, richiede tempo per essere costruita e pochissimo per essere persa.

Una storia personale che diventa un nuovo progetto

Il passaggio successivo nasce da un territorio che Michela conosce da molto vicino: quello del benessere.

Dietro la modella c’è infatti anche la storia di una bambina che ha vissuto il problema del sovrappeso e che già a 14 anni si confrontava con dieta, alimentazione e cura del proprio corpo.

A questa esperienza personale si sono aggiunti negli anni studi e approfondimenti nell’ambito della salute e dell’alimentazione.

Ed è proprio dall’incontro tra vissuto personale, competenze maturate e pubblico costruito negli anni che prende forma la sua nuova avventura: una linea di integratori a proprio nome, con prodotti dedicati al sonno e al benessere cellulare, tra cui NAD Prime.

Non più soltanto prestare la propria immagine a un’azienda.

Costruirne una.

È un cambio di prospettiva importante, perché significa passare da testimonial a imprenditrice e accettare tutto ciò che questa trasformazione comporta: prodotto, organizzazione, responsabilità, mercato e soprattutto una visione di lungo periodo.

Michela Motoc oltre Michela Motoc

C’è un passaggio dell’intervista che sintetizza bene questa nuova fase. Parlando del futuro, Michela racconta di voler costruire «un team che funzioni anche senza la mia presenza costante».

È una frase apparentemente aziendale, ma dentro contiene forse il cambiamento più profondo del suo percorso.

Per anni il valore professionale di Michela è stato inevitabilmente legato alla sua presenza: essere davanti a un obiettivo, partecipare a una campagna, sfilare, pubblicare, raccontarsi.

Oggi l’ambizione è diversa: creare qualcosa che possa funzionare anche quando lei non è davanti alla macchina fotografica.

È il passaggio dal personal brand all’impresa.

E probabilmente è anche la risposta che Michela sta dando oggi a quel rimpianto legato al 2016.

Non può tornare indietro e sfruttare diversamente quella sera di Spoleto. Può però utilizzare tutto ciò che è arrivato dopo — esperienza, notorietà, errori, relazioni e fiducia — per costruire qualcosa di nuovo.

Una storia di evoluzione

È questo, alla fine, l’aspetto che rende particolarmente interessante la storia raccontata da Michela Motoc negli studi di Storytime.

Non soltanto il curriculum di una modella arrivata sul podio di un concorso internazionale. Non soltanto i viaggi, le campagne o il seguito conquistato sui social.

Ma la capacità di interrogarsi sul significato di tutto questo.

Perché l’immagine cambia. Le piattaforme cambiano. Il mercato cambia. E persino la notorietà, quando arriva, non garantisce di durare per sempre.

Quello che può rimanere è ciò che si riesce a costruire attraverso quella notorietà.

Michela sembra trovarsi esattamente in questo punto della propria storia: tra ciò che il suo volto le ha permesso di conquistare e ciò che oggi vuole costruire con il proprio nome.

Da Verona a Milano, da Spoleto a Dubai e Kuwait, fino alla nascita di un progetto imprenditoriale personale, il filo conduttore non è quindi soltanto la bellezza.

È l’evoluzione.

E forse è proprio questa la parte più interessante della Michela Motoc che abbiamo incontrato a Storytime: una donna che, dopo essere stata per anni il volto del proprio lavoro, oggi vuole fare in modo che dietro quel volto ci sia qualcosa capace di camminare anche da solo.

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