La bugia più costosa del Paese? Che i privilegi del passato non pesino sul futuro del lavoro. Pesano eccome. Sui giovani, sulle aziende, sui conti pubblici.
Ecco perché il tema delle “baby pensioni” non è un capitolo chiuso, ma un freno attuale a investimenti, salari e riforme. Se guidi un’impresa, riguarda anche te.
Negli anni Settanta, con il governo Rumor (1973), l’Italia ha introdotto le baby pensioni: trattamenti anticipati per ampie platee del settore pubblico, con requisiti contributivi oggi impensabili. Una scelta politica, figlia di un’altra epoca demografica, che continua a drenare risorse e spazio di manovra alle riforme. È storia, non opinione. E ha nomi e numeri precisi.
Il presidente INPS Pasquale Tridico è tornato a scuotere l’opinione pubblica con un libro scritto con Enrico Marro, “Il lavoro di oggi la pensione di domani”. Il testo rimette al centro una verità scomoda: il peso delle scelte di ieri limita i margini del domani—salari, welfare aziendale, riduzione del cuneo, percorsi di carriera. Se ti occupi di budget e persone, è materiale strategico, non cronaca.
Platee e costi delle baby pensioni: i beneficiari totali storici sono stati circa 256 mila, di cui ~186 mila ancora in pagamento nel 2023; spesa annua ≈ 2,9 mld €. Età media di decorrenza: 42 anni le donne, 45 anni gli uomini. Durata media goduta: 36 anni (donne), 35 anni (uomini). Dato ribadito da agenzie e testate che riprendono i numeri INPS.
Tradotto per chi fa impresa: quel flusso di spesa compete con riduzioni del cuneo fiscale, incentivi a produttività e formazione, sgravi per assunzioni e welfare aziendale. Non è un capitolo separato: è lo stesso portafogli pubblico.
Molti imprenditori ragionano per centri di costo interni. Ma c’è un centro di costo esterno che incide su tutto: il perimetro della spesa rigida. Se lo Stato è vincolato da eredità previdenziali, lo spazio per abbassare il costo del lavoro (vera leva di competitività) si riduce.
E se il cuneo non scende, il salario netto fatica a salire. Risultato: retention più costosa, employer branding più difficile, contrattazione aziendale più tesa.
Ribaltamento della percezione: non è (solo) un tema di “giustizia sociale” o di opinione politica; è un tema di margini. I privilegi di ieri erodono il ROCE di oggi.
Negli anni Settanta l’Italia aveva più lavoratori attivi e meno pensionati: la promessa di pensioni anticipate sembrava sostenibile e politicamente conveniente. Poi l’invecchiamento demografico e la bassa natalità hanno cambiato l’equazione: più anni in pensione, base contributiva più stretta, spesa che cresce. Le riforme dagli anni Novanta in poi hanno messo argini, ma la coda lunga di quelle norme resta.
Il risultato è un sistema a doppia velocità: chi è entrato nelle regole generose gode di trattamenti che nemmeno i migliori piani di previdenza integrativa riescono a replicare; chi lavora oggi—spesso con carriere intermittenti e salari compressi—vede pensioni future più magre. È lo squilibrio intergenerazionale più sottovalutato nel dibattito pubblico.
Da founder, la lezione è chiara: considerare la previdenza una costante esogena è un errore di gestione. Perché?

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1) Disegna un “cuneo parallelo” in azienda
Se il cuneo di Stato non scende abbastanza, costruisci il tuo:
2) Previdenza integrativa come pilastro, non “fringe”
3) Ridisegna la compensation per coorti generazionali
4) Budget ESG con target S misurabili
5) Automazione & produttività: pagare meglio costa meno
L’unico modo sano per alzare i netti senza erodere i margini è produrre di più con la stessa base: process mining, AI generativa su processi interni, standardizzazione commerciale. Ogni 1% di produttività in più è ossigeno per il payroll.
Senza ideologia, da manager. Quattro principi:
Sì, è difficile. Ma il costo dell’inazione è maggiore: salari stagnanti, fuga di talenti, competitività sotto stress.
Non basta “indignarsi” per le baby pensioni. Serve cambiare il modo in cui amministri le persone e la cassa.
Le baby pensioni furono possibili in un mondo demografico diverso. Oggi l’Italia è tra i Paesi più anziani d’Europa: quel mondo non c’è più.
Continuare a usare il passato come alibi per non investire su competenze, processi e produttività è il modo più rapido per perdere quote di mercato. Il manager che aspetta il “contesto ideale” non è prudente: è fuori tempo.
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