Nel 2025 l’8,2% degli occupati italiani ha lavorato da casa, abitualmente o occasionalmente. Peggio, nei Ventisette, fa soltanto la Grecia: 6,7%. La media europea è 23%. L’Olanda sta al 52,3%, la Svezia al 44,5%, la Francia al 35,5%, la Germania al 24,6%, la Spagna al 15,7%.
In queste settimane, in migliaia di uffici amministrativi italiani, si compila il giro ferie con la stessa raccomandazione di sempre: qualcuno deve presidiare l’ufficio. Presidiare. Il verbo arriva dal lessico militare e descrive un luogo che va tenuto perché qualcun altro potrebbe prenderlo.
Nel frattempo, dal 1° gennaio 2019, ogni fattura tra imprese italiane viaggia in formato elettronico attraverso il Sistema di Interscambio, senza che nessuno la porti a mano da nessuna parte. Un Paese che ha digitalizzato per legge il documento più importante che produce continua a chiedere alle persone di sedersi vicino a una stampante.
La spiegazione corrente è la cultura del controllo. È una diagnosi comoda e in buona parte sbagliata. La presenza obbligatoria, nella PMI italiana, non è una preferenza del titolare: è la rata di un debito contratto il giorno in cui l’azienda ha deciso di non scrivere i propri processi.
Vale la pena chiedersi cosa si presidi, materialmente, in un ufficio amministrativo di dodici persone nella seconda settimana di agosto. Il telefono fisso, che squilla quattro volte al giorno. Il corriere, che consegna alle nove e mezza e vuole una firma. La chiave dell’armadio dove stanno i contratti di leasing. Il commercialista, che scrive a chi sa dove guardare. Un timbro.
Nessuna di queste cose è lavoro. Sono punti di accesso fisico a informazioni che non hanno mai fatto il salto in un sistema condiviso. Il presidio non difende un’attività produttiva: difende un archivio.
I numeri raccontano che questa scena non è uniforme. Secondo l’approfondimento di Assolombarda, al Nord la quota di chi lavora da casa almeno saltuariamente sale al 12%, e nella Città metropolitana di Milano arriva al 17,1%, stabile rispetto al 2024. Il lavoro da remoto riguarda più le donne, al 9%, che gli uomini, al 7,6%.
La stessa ricerca contiene una frase che meriterebbe più attenzione di quanta ne abbia ricevuta: le imprese non stanno rinunciando al lavoro agile, lo stanno rimodulando, e il beneficio viene meno “per quella parte di popolazione aziendale che in questi anni ne ha usufruito più per retaggio dell’emergenza pandemica che per effettiva compatibilità del ruolo con il lavoro da remoto”.
È una frase ragionevole. Dice che esiste un criterio, e che il criterio è la compatibilità del ruolo. Resta da capire dove sia scritto quel criterio, chi lo abbia applicato e su quale documento — perché nella maggior parte delle aziende che conosco quel documento non esiste, e la compatibilità del ruolo la decide un capo a memoria, il venerdì pomeriggio.
Due fatti veri insieme, che insieme non dovrebbero stare.
L’Italia è stata il primo grande Paese europeo a rendere obbligatoria la fatturazione elettronica tra privati. Un obbligo esteso, applicato a milioni di imprese, digerito in un paio d’anni da un tessuto produttivo che nel frattempo veniva descritto come refrattario alla tecnologia. Chi ha fatto quella transizione ricorda le bestemmie e ricorda anche che si è conclusa.
Lo stesso Paese, sul lavoro da remoto, ha una legge dal 2017 — la 81, articoli 18 e seguenti — e un Protocollo nazionale firmato il 30 dicembre 2021. La cornice normativa c’è, il canale telematico per comunicare gli accordi al Ministero del Lavoro anche. Non manca la norma. Non manca la banda: la connettività di un ufficio amministrativo del Nord-Est non è un ostacolo dal 2015.
Quindi la spiegazione tecnologica cade e quella normativa pure. Se un Paese digitalizza il proprio ciclo attivo per decreto in ventiquattro mesi, non è un Paese incapace di digitalizzare. È un Paese che digitalizza ciò che gli viene imposto e lascia intatto tutto il resto.
E il resto, nell’amministrazione di una PMI, è quasi tutto. La fattura è elettronica; l’ordine cliente arriva via mail e viene ricopiato a mano nel gestionale. La fattura è elettronica; il DDT del corriere si firma su carta. La fattura è elettronica; le condizioni particolari concordate a voce con quel cliente da nove anni stanno nella testa di una persona, e in nessun altro posto al mondo. [Qui servirebbe il dato su quante PMI italiane sotto i 50 addetti abbiano un sistema di gestione documentale del ciclo passivo — non l’ho e non lo invento.]
Se non è la norma, se non è la linea, se non è il software: cosa resta esattamente sulla scrivania che ad agosto qualcuno deve presidiare?
Chiamiamolo debito di processo: la quota di lavoro aziendale che esiste solo nella memoria di una persona e nella carta impilata sul suo tavolo. Non compare in nessun bilancio, non ha un tasso dichiarato, ma ha una rata, e la rata si paga in presenza fisica.
Il debito si accumula in modo silenzioso e sempre per buone ragioni. L’azienda cresce, l’impiegata brava risolve, risolvendo impara, imparando diventa l’unica che sa. Ogni eccezione gestita a voce è un prestito acceso contro il tempo futuro dell’organizzazione. Nessuno firma nulla, tutti sono contenti, e il capitale cresce.
Il resto discende. Se il lavoro non è descritto, l’output non è misurabile: non perché il titolare sia arretrato, ma perché non esiste un oggetto da misurare. Quando l’output non è misurabile, l’unico indicatore rimasto è l’input, e l’unico input osservabile a occhio nudo è la presenza. La presenza diventa la metrica. Dopo tre o quattro anni, la metrica diventa un valore morale: chi c’è è affidabile, chi non c’è va spiegato.
La presenza non è una cultura: è la rata che l’azienda paga ogni mattina su un processo che non ha mai scritto.
Questo spiega perché i corsi di leadership non spostano il dato di un decimale, e perché nelle aziende che hanno mappato il ciclo dell’ordine il lavoro da remoto si è insediato senza dibattito, spesso senza che nessuno lo chiamasse smart working: si chiamava “il martedì Laura chiude le riconciliazioni e non la disturba nessuno”. Dove il processo è scritto, il luogo smette di essere un’informazione rilevante. È un’interpretazione, non un dato, e la propongo come tale.
Se la catena è questa, l’ordine degli interventi si rovescia: prima il documento, poi il permesso. Ma allora perché la Spagna, che di documenti scritti non ne ha molti più di noi, sta al 15,7%?
È l’obiezione più solida e va presa per intero. La Spagna ha una struttura produttiva vicina alla nostra: prevalenza di micro-imprese, peso alto di turismo, commercio e costruzioni, produttività per addetto comparabile. Sta quasi al doppio dell’Italia. E il Nord italiano, con le imprese più grandi e più patrimonializzate del Paese, si ferma al 12%: sotto la Spagna intera. Se contasse solo la formalizzazione dei processi, quei due numeri non starebbero dove stanno.
La conclusione onesta è che il debito di processo spiega il pavimento, non il soffitto. Determina quanto lavoro sia tecnicamente sganciabile dal luogo; non determina quanto di quel lavoro venga effettivamente sganciato.
Il residuo esiste. Ma non lo chiamerei mentalità, perché la mentalità non è falsificabile e quindi non serve a nessuno. Lo chiamerei per quello che è: in Italia il lavoro agile è, per costruzione giuridica, un accordo individuale tra un lavoratore e il suo datore. Non è un attributo del ruolo, è un attributo della persona. E tutto ciò che è personale è revocabile, non si eredita e muore al primo cambio di capo o di reparto.
Il dato sulle donne dice esattamente questo. Il 9% contro il 7,6% non misura un’organizzazione più evoluta: misura un carico di cura distribuito in modo squilibrato, che il remoto compensa a titolo individuale. Ed è la ragione per cui, quando arriva la “rimodulazione”, quel 9% è il primo a essere tagliato. Ciò che è stato dato come concessione rientra come concessione.
Quanti degli accordi firmati nella sua azienda sopravvivrebbero al trasferimento del responsabile che li ha autorizzati?
Ipotizziamo che il ragionamento diventi senso comune, e che tra due o tre anni “scrivi il processo” sostituisca “cambia la cultura” nei convegni. Succedono tre cose, e nessuna è quella che si racconta oggi.
La prima: la dipendenza dalla presenza smette di essere un tema di clima aziendale e diventa una voce di due diligence. Un’impresa in cui tre persone non possono assentarsi contemporaneamente senza fermare il ciclo attivo ha un rischio da persona chiave, e chi compra, chi finanzia e chi assicura lo sconta sul prezzo. Il presidio d’agosto non è folklore: è un moltiplicatore in meno.
La seconda: il mercato del lavoro si divide non tra aziende remote e aziende in presenza, ma tra aziende documentate e aziende opache. Le seconde continueranno a trovare personale amministrativo, però pagandolo di più — un premio di presenza implicito, versato proprio dove la marginalità è già sottile. [Qui servirebbe il dato sul differenziale retributivo per ruoli amministrativi equivalenti tra imprese con e senza policy di remoto strutturata: non esiste una rilevazione italiana che conosca.]
La terza è la più scomoda. Un processo scritto è un processo che può uscire dall’edificio: si esternalizza, si automatizza, lo si porta via. Il titolare che non documenta non è un nostalgico del cartellino, sta difendendo un fossato — e ne intuisce il valore meglio di chi gli vende il workshop. Ma il fossato lo difende anche l’impiegata che non ha mai scritto la procedura di chiusura mensile, e per lo stesso identico motivo.
Il presidio estivo, visto da qui, non è un ordine calato dall’alto. È un patto tra due parti che hanno il medesimo interesse a non mettere niente per iscritto. Chi vuole scioglierlo deve sapere che toglierà potere a entrambe.
Chi, nella sua azienda, perderebbe qualcosa se tutto fosse scritto?
Torniamo al foglio del giro ferie appeso vicino alla macchinetta del caffè. Non è un documento sul controllo, è un documento contabile: dice quali funzioni l’impresa non è in grado di reggere in assenza di corpi, e per quante settimane. Letto così, quel foglio è la scheda tecnica più sincera che l’azienda produca in tutto l’anno — più della visura, più del bilancio abbreviato, e certamente più della pagina “i nostri valori” sul sito.
L’8,2% è una fotografia del Paese e serve a poco per decidere. Il numero che conta è un altro, ed è personale.
Se domani lei non entrasse in ufficio per tre settimane, quante delle cose che si fermerebbero sono scritte da qualche parte? Quella percentuale è il suo smart working reale. Tutto il resto è un debito che qualcun altro pagherà.