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Disoccupazione ai minimi, lavoro in ritirata: perché il dato che tutti celebrano racconta una storia diversa


Disoccupazione ai minimi, lavoro in ritirata: perché il dato che tutti celebrano racconta una storia diversa Immagine

A novembre 2025 l’Italia tocca un primato che, sulla carta, dovrebbe far brindare

Il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, il livello più basso dal 2004, meglio persino della media europea. Numeri che sembrano raccontare un mercato del lavoro in salute, finalmente maturo, finalmente competitivo.

Eppure, se ci si ferma al titolo, si sbaglia diagnosi. Perché il lavoro non è solo una percentuale. È un equilibrio fragile tra persone, incentivi, aspettative, demografia e fiducia. E quando si entra davvero nei dati ISTAT, la narrazione cambia tono. Non è una storia di forza. È una storia di ritiro silenzioso.

Nel solo mese di novembre succede qualcosa che dovrebbe accendere più di una spia: calano gli occupati (-34mila), calano i disoccupati (-30mila) e aumentano gli inattivi (+72mila). È la combinazione più delicata possibile. Perché quando occupazione e disoccupazione scendono insieme, il mercato non sta migliorando. Sta restringendosi.

Il calo della disoccupazione, in questo caso, non passa dall’ingresso nel lavoro. Passa dall’uscita dal mercato.

Quando il tasso scende per il motivo sbagliato

Il tasso di disoccupazione può scendere in due modi. Il primo è quello virtuoso: più persone trovano un impiego. Il secondo è quello che stiamo osservando sempre più spesso nel 2025: le persone smettono di cercarlo.

È qui che il dato smette di essere una buona notizia. Perché l’aumento degli inattivi – oggi al 33,5% tra i 15 e i 64 anni, il livello più alto in Europa – non è una variabile neutra. È un segnale di sfiducia, di stanchezza, di disallineamento tra domanda e offerta, tra aspettative e realtà.

Il mercato del lavoro italiano non sta espellendo masse di lavoratori. Sta perdendo partecipazione. E questo è un problema più profondo, più lento, ma molto più difficile da invertire.

L’ISTAT lo dice chiaramente: l’aumento degli inattivi di novembre riguarda uomini e donne, quasi tutte le classi d’età, con una sola eccezione significativa: i 25-34enni, dove l’inattività cala. È un segnale di tenuta, non di espansione. Una fascia che regge, mentre intorno il perimetro si restringe.

Un mercato che tiene, ma a regime ridotto

Se allarghiamo lo sguardo all’anno, il quadro sembra meno cupo, ma non per questo rassicurante. A novembre 2025 gli occupati sono 24 milioni e 188mila, vicino ai massimi storici. Su base annua il saldo è positivo: +179mila unità. Non siamo in recessione occupazionale.

Ma il punto non è il livello. È il ritmo.

Nei primi undici mesi dell’anno i nuovi occupati sono circa 128mila, mentre i nuovi inattivi sono 55mila. Il rapporto resta superiore a 2 a 1: il sistema crea ancora più lavoro di quanto ne “perda”. Ma il confronto con gli anni di vera espansione – 2021, 2023 – è impietoso. La macchina gira, sì. Ma a giri più bassi.

Il 2025 è l’anno della doppia flessione ricorrente: febbraio, aprile, luglio, agosto, novembre. Sempre lo stesso schema. Meno occupati, meno disoccupati, più inattivi. Non è un incidente statistico. È un pattern.

Più qualità, meno dinamica

C’è però un dato che merita di essere riconosciuto, senza cinismo: la composizione dell’occupazione migliora. E non è poco. Su base annua, i contratti a tempo indeterminato crescono di 258mila unità, mentre quelli a termine calano di oltre 200mila. Anche il lavoro autonomo aumenta. È una traiettoria che parla di maggiore stabilità, meno precarietà, più struttura.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Un mercato più stabile è anche un mercato meno elastico, meno capace di assorbire shock, meno rapido nel creare nuove opportunità per chi entra. È un mercato che protegge chi c’è, ma fa più fatica ad accogliere chi arriva. Questo equilibrio spiega molte cose, a partire dalla difficoltà dei giovani.

Giovani, il vero punto critico

Il capitolo più fragile resta quello dei 15-24enni. Qui i numeri non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. Gli occupati calano sia su base mensile sia annua. L’inattività cresce in modo netto. Il tasso di occupazione scende al 17,3%, mentre quello di inattività sfiora il 79%.

Tradotto: sempre più giovani restano fuori dal mercato del lavoro. Non perché non trovano lavoro, ma perché non lo cercano più. E quando un’intera fascia d’età smette di credere che valga la pena provarci, il problema non è congiunturale. È culturale, economico, sistemico.

La fascia 25-34 anni mostra una tenuta migliore, con occupati in aumento e inattività in calo. Ma non basta a compensare la dinamica negativa dei più giovani, né a risolvere il nodo della transizione scuola-lavoro, che in Italia resta lunga, incerta e spesso frustrante.

Il fattore demografico: il grande non detto

C’è poi un elemento che cambia radicalmente la lettura dei dati e che troppo spesso viene ignorato: la demografia.

Depurando i numeri dall’effetto dell’invecchiamento e del calo della popolazione in età attiva, il quadro si ribalta. Nella fascia 35-49 anni, ad esempio, gli occupati calano del 2,2% in termini assoluti, ma al netto della demografia la variazione è zero. Le imprese non stanno tagliando. È la base di lavoratori che si restringe.

Sul totale 15-64 anni, l’occupazione cresce solo dello 0,1%. Senza il vincolo demografico sarebbe +0,6%. Il lavoro tiene. A mancare sono le persone. Questo è il vero vincolo strutturale del mercato del lavoro italiano nel 2025. Non la domanda. Non l’offerta. Ma la partecipazione.

Donne: minimi storici, equilibrio fragile

Anche il dato di genere va letto con attenzione. Il tasso di disoccupazione femminile scende al 6,1%, minimo storico. Il divario con gli uomini si riduce a 0,6 punti. Sembra un successo.

Ma a novembre quasi tutto il calo degli occupati ricade sulle donne. Le disoccupate diminuiscono, sì, ma aumentano le inattive. Il miglioramento del tasso passa più dall’uscita che dall’ingresso. È un equilibrio fragile, che può rompersi rapidamente se le condizioni economiche peggiorano.

Cosa ci dice davvero questo mercato del lavoro

Il mercato del lavoro italiano nel 2025 non è debole nel senso classico del termine. Non sta crollando. Non sta licenziando in massa. È compresso.

Tiene sui livelli, migliora nella qualità dei contratti, ma perde spinta, partecipazione, fiducia. Si regge su una base demografica sempre più stretta e su una struttura occupazionale più rigida. Funziona, ma non entusiasma. Assorbe, ma non attrae. E questo è un problema enorme per imprese e professionisti. Perché un mercato che non attrae persone è un mercato che, nel medio periodo, non cresce. Non innova. Non rischia. Non scala.

Il tasso di disoccupazione ai minimi storici non è il punto di arrivo. È un segnale ambiguo. Può essere forza, oppure ritiro. In questo momento, racconta soprattutto la seconda cosa. La vera partita non è ridurre la disoccupazione di qualche decimale. È riportare persone dentro il mercato, rendere il lavoro desiderabile, sostenibile, credibile. Per i giovani. Per le donne. Per chi oggi ha smesso di cercare.

Finché il calo della disoccupazione passerà più dall’uscita che dall’ingresso, festeggiare sarà un errore strategico. Perché un mercato del lavoro che si restringe non è un mercato sano. È un mercato che sta imparando a sopravvivere, non a crescere. E per un Paese che vuole tornare a pensare in grande, non è abbastanza.

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