Il mercato del lavoro italiano, nel secondo trimestre del 2025, restituisce un quadro apparentemente positivo, ma solo a uno sguardo superficiale.
Se l’input complessivo di lavoro, misurato in ore lavorate, è aumentato e gli occupati risultano stabili attorno a quota 24,2 milioni, la vera dinamica che si nasconde dietro i numeri è una polarizzazione generazionale: a trainare l’occupazione non sono i giovani, ma gli ultracinquantenni.
Nel secondo trimestre 2025 il numero di occupati è sostanzialmente stabile rispetto al trimestre precedente; in crescita il numero di disoccupati (+13 mila), mentre diminuisce quello degli inattivi di 15-64 anni (-16 mila).
Entrando nel dettaglio, emergono alcune evidenze chiave, ovvero: aumentano gli occupati a tempo indeterminato e gli indipendenti tornano a salire, aumenta il lavoro a tempo pieno ma il tasso di occupazione cresce tra i 50-64enni, soprattutto nel Mezzogiorno, con tassi di crescita superiori rispetto ad altre fasce d’età, mentre cala al Nord e tra gli under 50.
Quindi, questi trend raccontano di come l’occupazione italiana sia sostenuta più dal prolungamento delle carriere e da una maggiore permanenza al lavoro che dall’ingresso di nuova forza lavoro giovanile.

In pratica, questa dinamica è legata a due fattori principali: da un lato il progressivo invecchiamento della popolazione, con l’ingresso nel mercato del lavoro maturo delle generazioni nate negli anni Settanta; dall’altro le regole più rigide che negli ultimi anni hanno reso più complesso l’accesso alla pensione.
In merito al declino dei contratti a termine, utilizzati come “porta d’ingresso” al mercato per i più giovani, rappresenta una delle ragioni per cui le nuove generazioni faticano a inserirsi. Questa dinamica segnala che la crescita occupazionale non è inclusiva per le nuove generazioni.
Di fatto, il rischio è che un Paese che cresce in termini occupazionali grazie agli over 50 è un Paese che si muove in una direzione contraddittoria rispetto al futuro. Le nuove generazioni restano ai margini del mercato, mentre gli equilibri interni al mondo del lavoro si spostano verso chi ha già carriere consolidate o si trova nella fase finale della vita professionale.

Questa situazione ha generato le classiche reazioni politiche: per la maggioranza il dato è stato entusiasmante, sottolineando come “sale l’occupazione nel Mezzogiorno e supera il 50% come non accadeva da oltre 20 anni”.
Ma dalle opposizioni arriva una lettura diversa, che invita a non farsi ingannare dai numeri perché vanno considerati le tante ombre che aleggiano sul mercato del lavoro, ossia salari fermi e produttività stagnante.
I record dell’occupazione raccontano quindi due facce della stessa medaglia. Se da un lato segnano una tendenza positiva, soprattutto nel Mezzogiorno storicamente penalizzato, dall’altro rispecchiano anche fenomeni meno virtuosi: l’allungamento della vita lavorativa dovuto alle regole pensionistiche, il peso di settori a bassa produttività e l’assenza di un aumento dei salari reali.
Un risultato che conferma la tenuta del mercato del lavoro, ma che lascia aperti i nodi della qualità e della sostenibilità della crescita occupazionale in Italia.
A cura di Ernesto Meoli
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