L’inaspettato? Una riforma che chiede ai professionisti meno vittimismo e più statura. Il Consiglio dei Ministri ha approvato tre deleghe che ridisegnano pezzi chiave del sistema: responsabilità penale dei sanitari, ordinamento forense e un riordino degli ordini (formazione, tirocinio, STP). La riforma specifica dei commercialisti, invece, è stata rinviata. È il momento di alzare l’asticella e smettere di competere al ribasso.
Il CdM n. 140 del 4 settembre 2025 ha varato tre disegni di legge-delega:
Nota importante: la riforma dei commercialisti è stata rinviata. È un segnale: il tema dei compensi e dei parametri torna centrale ma non è ancora chiuso.
La misura non è un lasciapassare. È una cornice che distingue l’errore umano dall’imperizia grave, restituendo ai medici la possibilità di curare senza vivere col timore costante della denuncia “difensiva”. Il testo prevede che:
Se funziona, avremo meno medicina difensiva (meno esami inutili, meno sprechi) e tempi di cura più rapidi. Ma qui serve leadership manageriale: linee guida chiare, audit di reparto, formazione pratica continua. Non basta la norma, serve governo clinico.
Il ripristino del giuramento non è nostalgia. È identità: “la mia firma pesa”. Con la delega si:
Tradotto in business: più chiarezza su chi può fare cosa, modelli organizzativi più maturi, brand legale più solido. Ottimo, ma la vera discriminante sarà la qualità percepita: velocità, chiarezza delle opinioni pro veritate, gestione del rischio per il cliente.
La delega punta a riallineare formazione e tirocinio al mercato del lavoro (finalmente) e a semplificare l’iscrizione delle STP. Previsti incentivi a una governance più meritocratica. È una porta aperta per ridisegnare il percorso d’ingresso alle professioni: meno ore “riempitive”, più pratica guidata, soft skill utili (negoziazione, project management, AI literacy).
Se sei un Ordine o un grande studio, questo è il momento per proporre standard di tirocinio misurabili: checklist di competenze, casi reali, feedback strutturati. Chi si muove per primo, plasma lo standard.

Qui si gioca una partita complessa. Nel 2012 il DL “liberalizzazioni” n. 1/2012 ha abrogato le tariffe professionali (art. 9). Subito dopo è arrivato il DM 140/2012, che ha fissato parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi: utili nei contenziosi, ma non una tariffa per la contrattazione privata. Da allora, libertà piena di negoziare… E gara al ribasso.
Nel 2023 la Legge 49/2023 ha introdotto l’equo compenso: compenso proporzionato al lavoro e conforme ai parametri ministeriali, obbligatorio (tra gli altri) per PA, banche e assicurazioni. Un passo avanti, ma parziale.
Oggi si discute di estendere e aggiornare il quadro, fino a ipotizzare una revisione delle tariffe professionali in chiave moderna (più proporzionalità a complessità e responsabilità). Il CdM ha rinviato la riforma specifica dei commercialisti: il confronto resta aperto.
Reintrodurre minimi inderogabili “smart” non significa tornare al passato; significa evitare che il mercato degradi la qualità. Le soglie minime non uccidono la concorrenza, la spostano: dal prezzo all’esito. Mettono fuori gioco i listini “copia-incolla” a 49€ e costringono tutti a competere su tempi, accuratezza, responsabilità, capacità di prevenire errori e sanzioni. È nell’interesse del cliente serio e nella dignità del professionista responsabile.
NO a listini rigidi e anacronistici. Sì a minimi tecnici agganciati a:
Minimi + clausole value-based per extra complessità = qualità per il cliente e sostenibilità per lo studio.

Questa riforma, piaccia o no, alza il livello di responsabilità. Ai medici chiede di rispettare linee guida e di documentare bene. Agli avvocati chiede identità, etica e organizzazione. A tutti gli ordini chiede formazione “utile”. E ai commercialisti mette davanti uno specchio: o si risolve il tema compensi, o la professione si consumerà nella logica del “tanto è un 730”.
Se guidi uno studio, ecco 5 mosse operative (da mettere in piedi oggi, non “quando escono i decreti”):
Le riforme separano sempre chi si adegua da chi alza lo standard. Il professionista che vincerà non è quello più rumoroso sui social, ma quello che firma responsabilmente, documenta con rigore, prezza con dignità e consegna con coerenza. Il resto è fumo.
Se il tuo preventivo non ti imbarazza più per quanto è basso, non è “competitivo”: sta svendendo la tua responsabilità.
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