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Allocazione, non miracoli: perché l’Italia cresce poco (e come farla correre davvero)


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“Non siamo poveri di valore: lo disperdiamo”. Se si dovesse condensare in una frase l’ultima edizione dei Dati Cumulativi di Mediobanca, diremmo questo.

Nel 2024 il fatturato delle principali imprese italiane arretra del –2,4%, ma su dieci anni resta un +37,6%: non è la fine del mondo, è la radiografia di un sistema che produce, sì, ma non indirizza abbastanza bene risorse, tempo e talento.

Il vero cantiere non è la motivazione: è l’efficienza allocativa — la capacità di far scorrere capitali e persone verso chi crea valore e di togliere ossigeno a ciò che lo brucia.

Il quadro: dieci anni in salita, un 2024 in frenata

Partiamo dai numeri chiave:

  • Fatturato: –2,4% nel 2024, ma +37,6% rispetto al 2015.
  • Made in Italy: vola nel decennio +52,6% e tiene nel 2024 (circa +2,4/+3,3% a seconda degli indici considerati). Non tutto il manifatturiero, però: editoria ed emittenza arrancano, telecom pure.
  • Occupazione: +9,5% nel decennio, segnale di una base industriale viva.
  • Investimenti: a prezzi costanti, il 2024 tocca i massimi del periodo post-2015; il pubblico spinge forte (≈ +42% sul 2019), la manifattura cresce, le medie e medio-grandi continuano a fare da locomotiva.

Sul fronte esterno, un fattore nuovo e non negoziabile: il quadro tariffario USA. Con l’intesa UE-USA dell’estate 2025, Washington applica in generale tariffe al 15% (o l’MFN se più alta) su beni originari UE; per l’auto dazi retroattivi dall’1 agosto.

Tradotto: il costo non lo paga solo il produttore italiano — si spalma lungo tutta la filiera (esportatori, importatori, distributori USA, consumatore finale). È un’inflazione “di sistema” che si aggiunge a quella monetaria.

Creiamo valore, ma lo destiniamo male

La vera frattura non è tra chi “fa utili” e chi no, ma tra chi crea valore economico oltre la remunerazione di tutti gli stakeholder e chi lo distrugge. La relazione di corredo di Mediobanca ragiona con una metrica pulita (EVA 2.0 pro-capite):

  • Imprese pubbliche+22,7mila €/addetto/anno di valore creato (settori oligopolistici e regolati contano).
  • Imprese private+4,6mila €/addetto/anno.
  • Manifattura≈+6,9mila €, ma le medie e medio-grandi (IV Capitalismo) staccano: +10,5mila e +11,3mila €/addetto.
  • Servizi nel complesso: –0,8mila €/addettotelecom è un buco nero (–32,2mila €/addetto).

Poi c’è la bomba silenziosa: tra il 2015 e il 2024 l’indice prezzi cumula +19,7%. Per salvare il potere d’acquisto dei lavoratori delle 1.905 imprese sarebbe bastato, in media, +4.000 € l’anno per addetto: capienza che, numeri alla mano, il valore creato poteva assorbire—specie nel pubblico; per il privato l’impatto avrebbe tagliato una quota maggiore del surplus, ma la discussione andava aperta. Questo è design dei trade-off, non demagogia.

Infine, la lama: quasi il 27–30% delle risorse (investimenti, capitale, mezzi propri) finisce in settori a valore negativo. È un lusso che un Paese maturo non può permettersi senza un motivo chiarissimo di politica industriale (beni collettivi, esternalità positive, presidio strategico)

Non servono eroi, servono scelte

Siamo abituati a glorificare il “campione nazionale” e a demonizzare la “delocalizzazione”. È una dicotomia pigra. Se un settore distrugge valore in modo strutturale, le strade sono tre:

  1. Ristrutturare: cambiare modello operativo e industriale (tecnologia, processi, governance).
  2. Sostituire: importare quei beni/servizi e liberare risorse interne per filiere ad alto valore.
  3. Sovvenzionare consapevolmente: tenerlo in vita perché genera un bene collettivo (informazione, presidio territoriale, resilienza strategica), con obiettivi, durata e metriche chiare.

Il non scegliere è la scelta peggiore: cristallizza inefficienze, blocca capitale e talenti e manda un segnale tossico al mercato. “In Italia, prima o poi qualcuno ti salva”. No. In Italia, chi crea valore detta lo standard.


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I tre assi per raddoppiare la resa del sistema (senza inventare la ruota)

Riallineare il capitale verso chi moltiplica valore

  • Filtro allocativo: accesso agevolato a credito e incentivi vincolato a EVA 2.0 pro-capite positivo su un orizzonte triennale. Chi distrugge valore deve presentare un piano di svolta per continuare ad assorbire risorse sovvenzionate.
  • Corsie preferenziali per IV Capitalismo e Made in Italy ad alta complessità (meccanica, legno-arredo evoluto, cartario avanzato, farmaceutico, gomma/cavi): sono i cluster che compongono rendimenti e occupazione.
  • Exit ordinata dai comparti nativamente “commodity” dove non abbiamo vantaggio comparato: liberare capitale è crescita, non resa.

Far passare il valore ai lavoratori senza uccidere il margine

  • Meccanismo automatico “capienza-valore”: finché l’EVA 2.0 di settore/azienda resta >0, una quota predeterminata del surplus alimenta premi variabili e upskilling. Obiettivo: recupero del potere d’acquisto e produttività (più skills, più automazione). Questo evita scatti ciechi e ancora il salario alla generazione di valore, non al rumore politico.
  • Retribuzioni a frontiera nelle medie e medio-grandi manifatturiere (dove il valore pro-capite è +10,5/+11,3mila €): legare stipendio, profittabilità e formazione mission-critical; se performi da “campione”, paga da campione.

Scudo anti-tariffe e anti-shock: proteggere margini a monte, non a valle

I dazi USA al 15% non sono “un costo in più”: sono un test di architettura. Se vendi all’estero con bassa complessità e scarso brand power, assorbi tutto sul margine. Strategia:

  • Pricing a gradini: segmentare canale e Paese con listini differenziati per elasticità di domanda (non lo stesso prezzo “ovunque”).
  • Locale negli USA dove ha senso: ultima lavorazione in territorio americano per ridurre base imponibile o rientrare in esenzioni/deroghe settoriali (valutare con trade counsel: automotive e componentistica hanno regimi specifici).
  • Mix prodotto: aumentare la quota di referenze ad alta unicità (dove il brand difende il prezzo) e ridurre l’esposizione a beni “sostituibili”.
  • Contrattualistica: clausole tariff pass-through con distributori/importatori, condividendo il rischio a monte.

Cosa fare domani mattina se sei un imprenditore (o un direttore generale)

Niente slide: checklist operativa in 30 giorni.

  1. Misura il tuo “vero” valore
    Costruisci il tuo EVA 2.0 pro-capite (o un suo proxy serio). Se è negativo da due esercizi, non hai un “momento no”: hai un modello che va riscritto.
  2. Ripulisci il portafoglio clienti e prodotti
    Taglia i clienti a contributo marginale negativo e i prodotti che, al netto di sconti e resi, non coprono capex e costo del talento. Il coraggio di togliere vale quanto la spinta a crescere.
  3. Ridisegna la filiera per i dazi
    Mappa l’esposizione USA per HS code; per i top 10 codici valuta: lavorazioni finali in loco, accordi di revenue-sharing con importatori, leve di pack-size e kit (nuovo codice, nuova elasticità).
  4. Rialloca investimenti
    Porta almeno il 70–80% dei nuovi capex su linee/progetti con EVA 2.0 >0 e rientro <36 mesi. Se mantieni attività a valore negativo per ragioni sociali o strategiche, mettile a budget separato, con obiettivi e sunset date.
  5. Accordo valore – salari trasparente
    Definisci una formula semplice: quando l’EVA sale oltre soglia, una percentuale alimenta premi e formazione certificata; quando scende, scattano piani di efficienza già concordati. Si chiama maturità organizzativa.

Se sei un policy maker (o guidi un’associazione di categoria)

  • Incentivi condizionati al valore: crediti d’imposta / garanzie pubbliche solo con piani di ritorno sul capitale e EVA 2.0 positivo (azienda o settore).
  • Fondi di riconversione rapida: aiutare chi esce dai comparti in perdita velocizza l’allocazione—meno cassa integrazione, più upskilling verso cluster che assumono.
  • Trasparenza aggregata: pubblicare mappe allocative annuali (capex, capitale, mezzi propri) per mostrare dove stiamo investendo contro la capacità di generare valore. La luce uccide le rendite.


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Made in Italy: smettiamo di venderlo come etichetta, trattiamolo come sistema

La narrativa “romantica” ha fatto il suo tempo. Il Made in Italy è forte quando è complesso: filiere lunghe, know-how raro, design non copiabile, processi capital intensive, logistica sofisticata. È qui che il decennio dà +52,6%—e resiste persino in un 2024 complicato.

Non perché siamo “più bravi”, ma perché abbiamo mosso bene capitali e competenze nei cluster giusti (bevande, alimentare, energia, farmaceutico, meccanica, legno-arredo evoluto, gomma/cavi, cartario). Questa è la mappa della competitività.

Taglienti, ma onesti

Il dibattito pubblico italiano adora parlare di “produttività” come se fosse un muscolo da motivare. Non lo è.
La produttività è la conseguenza di tre scelte: allocare bene il capitale, progettare modelli che creano valore netto e pagare le persone in modo coerente con quel valore.

  • Se continuiamo a sussidiare l’inefficienza senza finalità esplicite, bruciamo il 30% degli investimenti.
  • Se non proteggeremo i margini con pricing e architetture adatte ai nuovi dazi, li consumeremo in silenzio.
  • Se non condivideremo il surplus con chi lo genera, perderemo i talenti migliori.

Non serve un miracolo, serve disciplina strategica. E coraggio — quello vero: chiudere ciò che non funziona, finanziare ciò che rende e redistribuire ciò che resta. È così che un Paese diventa adulto.

La domanda non è “quanto crescere nel 2026”, ma quanta inefficienza sei disposto a spegnere nel 2025. Il resto – utili, salari, export – arriva di conseguenza.

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