Gabriella Colletti, milanese di nascita, poetessa, scrittrice, critica d’arte e letteraria, ha iniziato a pubblicare testi di critica, narrativa e poesia dal 1998.
Ha pubblicato due romanzi: La nostalgia dei girasoli (Manni Editori, San Cesario di Lecce 2014, con Prefazione di Vincenzo Guarracino) e La voce dell’istinto (Helicon Edizioni, Arezzo 2018).
Svariati e prestigiosi i riconoscimenti, tra cui il Premio alla Carriera al Concorso Letterario Internazionale “Vivi la realtà”, Milano 2022.
Tre sono le sillogi pubblicate: Cento poesie del cuore (Nuove Scritture, Milano 2004), L’occhio al papavero / Poesie dell’incanto (C.A.SA. edizioni, Saronno-Gallarate 2016, con Prefazione di Vincenzo Guarracino), Rapsodie dal cielo (Manni Editori, San Cesario di Lecce 2025, con Prefazione di Vincenzo Guarracino).

Alcune opere di Gabriella Colletti sono custodite negli Archivi Storici e nella Biblioteca del Quirinale, e nella Biblioteca del Parlamento Europeo.
Ha al suo attivo una messe notevole di articoli e saggi di critica d’arte, definiti ‘saggi-racconto’ da insigni critici, pubblicati su importanti Riviste letterarie. Collabora stabilmente a “Punto d’Incontro” (Rivista d’Arte, Letteratura, Scienze Umane e Cultura, diretta da Pierangela Micozzi) e con “Fermenti / Fondazione Piazzolla”, definita “la Bibbia della cultura”, diretta da Velio Carratoni.
L’autrice è presente nel Dizionario Critico della Nuova Letteratura Italiana, con Introduzione di Marino Biondi, Giancarlo Quiriconi, Silvio Ramat, Helicon Edizioni, Arezzo 2017).
La nuova raccolta di poesie, Rapsodie dal cielo, è seconda classificata al Premio Letterario Internazionale “Vivi la realtà dentro e fuori”, Milano 2025.
Sulle opere dell’autrice hanno parlato e scritto intellettuali di chiara fama, tra cui Giorgio Barberi Squarotti che ha posto Gabriella Colletti nella Tabula Gratulatoria in appendice a Dialogo Infinito, Opera Omnia di Giorgio Barberi Squarotti, uscita postuma nel 2017, per i tipi della Genesi Editrice.
Per Gabriella Colletti scrivere è una necessità da lei avvertita sin da bambina. Vivere è scrivere. Scrivere è vivere. All’inizio era un “dipingere con le parole” lettere a interlocutori; lettere con un destinatario, certo, ma il cui destinatario poteva essere chiunque.
Lettere private del contingente, in un certo senso incorporee, in cui a parlare è l’anima la quale parla a qualcuno che non è presente. Anche per i versi delle Rapsodie dal cielo è un “dipingere con le parole” un “quadro animato” di presenze animali ed umane; ma si tratta di “presenze incorporee”.
Il filo conduttore è il mistero, l’elemento fantastico, visionario, fantasmagorico.
Per il poeta, critico e traduttore Vincenzo Guarracino “Una cifra peculiare della riconoscibilità di Gabriella Colletti è l’attesa di un qualcosa di numinoso”, che si manifesta nelle presenze incorporee: fantasmi, spiriti, fate, anime dei defunti, ossia “voce senza peso”, “porta aperta sull’infinito”, “ruggiti di leoni di pietra”, “echi di suono d’organo”, “battiti di ciglia”.
Per il poeta, romanziere, traduttore e critico Silvio Raffo si tratta di “versi dotati di acume metafisico, intrisi di una sensualità gentile.”
Dei rapsodi dell’antica Grecia, Gabriella Colletti fa propria la tecnica del cucire insieme frammenti di versi quando scrive poesie e frammenti di frasi quando scrive in prosa. È come assemblare le tessere di un mosaico, prediligendo per la poesia il ritmo, la melodia, la musicalità.
Alla fine si avrà un collage. Le parole e i versi sono come i sassi gettati nell’acqua che producono cerchi concentrici, ossia risonanza. Quel che conta è ascoltare l’ispirazione, per questo l’autrice scrive ovunque si trovi, su foglietti di fortuna. Quando la Musa “detta” occorre ascoltarla e annotare i “suggerimenti”, così li chiama Mallarmé, le “corrispondenze” di baudelairiana memoria.

La parola della poesia non ha alcun legame con la storia, l’ideologia, la retorica, per questo è carica di una forza esplosiva autonoma.
Grazie alla potenza evocativa, alla musicalità e all’essenzialità che la rendono un medium potente, efficace, unico e irripetibile, potrebbe diventare la forma di comunicazione del futuro. Emily Dickinson, nella celebre poesia Io abito la possibilità, paragona la poesia alla Possibilità: “una casa più bella della prosa”, con molte più porte e finestre aperte sulle meraviglie.
Il cielo del titolo della silloge è il luogo della Possibilità; uno spazio ancora ‘fisico’, abitato dai pennuti, ma anche limes, soglia tra il fisico e il metafisico, abitato da presenze incorporee: angeli, anime dei defunti, fantasmi.
Paul Klee chiama questa zona di confine tra il fisico e il metafisico “Interregno tra i morti e i non nati”, dove i ‘morti’ si identificano con quelle possibilità che non si sono realizzate, mentre i ‘non nati’ sono quelle possibilità che potrebbero realizzarsi, le quali vivono ‘in potenza’ nell’immaginazione dell’artista, ossia nella rêverie.
Grazie alla rêverie, la poesia sa cogliere ciò che è bello, luminoso e armonico nella frenesia, nel caotico, nel brutto del mondo, restituendo speranza.
La fantasia, insegna Beckett, è una forma di speranza. In questo senso, la poesia è terapeutica e catartica. La poesia non ti abbandona mai, puoi sempre contare su di lei. La poesia ti fa vedere la luce anche nelle tenebre, nel vuoto. È una forma di resistenza al vuoto. All’improvviso ecco emergere dal buio una scintilla, e sei salvo.
Gabriella Colletti è una voce poetica che attraversa il visibile e l’invisibile, trasformando la parola in esperienza di luce e conoscenza.
Un percorso letterario in cui scrittura e vita coincidono, tra ricerca, immaginazione e continua tensione verso il senso.
A cura di Marzia Lazzerini
Gabriella Colletti
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