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Italia, Paese in uscita: perché stiamo perdendo la generazione che dovrebbe salvarci


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In Italia abbiamo scambiato per eternità ciò che era soltanto un vantaggio temporaneo.

Abbiamo creduto che il mondo ci avrebbe aspettato, che i giovani sarebbero rimasti per inerzia, che bastasse una tradizione millenaria per garantire futuro e competitività.

E mentre ci raccontavamo che “tanto qui si vive bene”, 630mila giovani sono partiti tra il 2011 e il 2024, 78mila solo nel 2024. Il saldo netto è un buco che inghiotte prospettive, competenze, cultura produttiva: –441mila unità.

Dietro quei numeri non ci sono statistiche. Ci sono vite, scelte, rinunce, libertà. E un Paese che ancora fatica a guardarsi allo specchio.

Il nuovo Rapporto CNEL 2025 è uno specchio lucidissimo

Non perché riveli qualcosa che non sapessimo, ma perché lo dice con una chiarezza brutale: stiamo perdendo capitale umano per un valore stimato di 159,5 miliardi di euro. Non giovani qualsiasi, ma proprio quelli che dovrebbero raccogliere il testimone di un’economia che invecchia, di imprese che cercano ossigeno, di territori che rischiano di spegnersi.

Il punto non è che i giovani se ne vanno. Il punto è: perché dovrebbero restare?

L’Italia attrae appena l’1,9% dei giovani dei Paesi avanzati. Nove italiani in uscita per ogni giovane straniero in entrata. Nel frattempo il gender gap nel mercato del lavoro resta tra i più alti d’Europa, e oltre 1,3 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano, non lavorano e non si formano. Un deserto di opportunità che alimenta un unico movimento possibile: l’uscita.

Quando a Villa Lubin è stato presentato il Rapporto, abbiamo provato la stessa sensazione che molti hanno descritto: un misto di piacere e irritazione. Piacere, perché finalmente qualcuno dentro le istituzioni ha messo in fila ciò che da anni osserviamo sul campo. Irritazione, perché per accorgersi dell’emorragia non serviva un Rapporto. Bastava entrare in un’azienda, in un corso professionalizzante, in un laboratorio di università. Bastava ascoltare.

Il punto è che in Italia abbiamo parlato dei giovani senza parlare con i giovani. E questo è lo scarto culturale che ci sta costando una generazione intera.

La narrative dominante ha oscillato per anni tra due estremi ugualmente fallaci

Da un lato la retorica della “fuga dei cervelli” come fenomeno quasi romantico, dall’altro la colpevolizzazione dei ragazzi accusati di pigrizia, fragilità, mancanza di spirito di sacrificio. Entrambe posizioni arroganti, superficiali e comode. Perché assolvono il sistema e scaricano le responsabilità altrove.

E invece la verità è semplice: i giovani partono quando non vedono rispetto, prospettiva, meritocrazia. Partono quando vengono trattati come costi, non come investimenti. Quando studiano cinque anni e si sentono proporre 600 euro “per iniziare”. Quando vedono che le carriere si aprono più con le relazioni che con il talento. Non c’è da stupirsi se scelgono altro. C’è da stupirsi che ce ne siano ancora in attesa.

Il Rapporto CNEL parla esplicitamente di un nuovo patto generazionale, di salari, casa, welfare, qualità della vita, innovazione. È tutto giusto. Ma se arriviamo a queste conclusioni solo quando la perdita di giovani diventa una voce di bilancio da 159,5 miliardi, allora il problema è culturale: i giovani contano finché producono, non perché esistono. Questo è il punto cieco.

E mentre celebriamo la candidatura UNESCO della cucina italiana, rischiamo di non trattenere le generazioni che quella cucina dovranno difenderla e innovarla. La tradizione non si conserva da sola. Non è un reperto. È un ciclo vitale che richiede continuità, passaggio, evoluzione. Senza giovani, qualsiasi cultura si sfarina.

Ma il Rapporto, se letto bene, va oltre il tema generazionale. Parla di territori che scelgono il futuro oppure lo subiscono. Parla di Paesi che diventano magneti e Paesi che diventano margini. E qui entra in gioco un altro elemento centrale: l’innovazione.

Il CNEL certifica che l’Italia è un “innovatore moderato”, 14ª in Europa. Non sufficiente per trattenere ingegneri, ricercatori, progettisti, esperti di AI. Non sufficiente per dare a un giovane brillante la certezza che costruire qui abbia senso. E infatti nei settori tecnologici la fuga è più intensa: in 14 anni sono emigrati 781mila giovani, molti dei quali altamente qualificati.

Un dettaglio cruciale

I talenti dell’intelligenza artificiale stanno lasciando il Paese proprio ora, proprio mentre l’AI si prepara a diventare la spina dorsale della competitività globale. È come se avessimo deciso di perdere la partita prima ancora di scendere in campo. Dove l’AI cresce, i giovani restano. Dove l’AI non attecchisce, partono. È un’equazione brutale, ma chiarissima.

E allora arriva la domanda che in Italia cerchiamo sempre di evitare: siamo davvero disposti a cambiare, o preferiamo lamentarci della fuga dei cervelli mentre continuiamo a offrire sistemi di lavoro vecchi, lentezze amministrative infinite, carriere ingessate e un’idea di impresa che non parla più la lingua del mondo?

Interessa particolarmente un aspetto che spesso resta fuori dai radar: le montagne. Le aree interne. I territori che in Italia chiamiamo “periferie”, come se fossero un peso. E invece, nel nuovo contesto globale, possono essere protagonisti assoluti.

Il Rapporto CNEL dice una cosa che molti sottovalutano: l’attrattività territoriale crolla dove l’innovazione è debole. E per le aree di montagna questo vale doppio. Sono territori fragili, ma anche straordinari laboratori. Se li consideriamo un problema, li condanniamo. Se li consideriamo un potenziale, cambiamo la traiettoria.

La montagna non deve inseguire la città. Deve anticiparla

Non serve imitare Milano. Serve costruire qualcosa che Milano non può avere: filiere tecnologiche integrate con la manifattura, ecosistemi di ricerca applicata, data economy legata al turismo, energia pulita, foreste intelligenti, occhialeria che incrocia AI e competenze locali.

La montagna può essere un avamposto dell’innovazione, non un museo del passato. Ma per farlo serve una visione che oggi, onestamente, ancora non vedo. E qui arriviamo al cuore del problema: l’Italia non ha perso i giovani. Ha perso il coraggio.

Il coraggio di innovare, di investire, di accettare il rischio. Il coraggio di trattare il lavoro con serietà, di valorizzare i talenti, di non confondere il merito con la fedeltà. Il coraggio di dire ai ragazzi: “Non vi chiediamo sacrifici a occhi chiusi. Vi chiediamo di costruire con noi”.

Questa mancanza di coraggio si traduce in una narrativa tossica, in una burocrazia paralizzante, in un sistema che premia la sopravvivenza più dell’eccellenza.

Ed è per questo che i giovani vanno via. Non per scappare. Per respirare. E chi resta spesso lo fa per amore del Paese, non per mancanza di alternative. Ma l’amore, senza reciprocità, diventa frustrazione.

Cosa possiamo fare davvero?

Non bonus, non pannicelli caldi, non iniziative spot. La risposta è dura ma semplice: dobbiamo rendere l’Italia un Paese in cui costruire non sia un atto di eroismo.

Serve un patto nuovo: tra istituzioni e imprese, tra imprese e giovani, tra territori e innovazione. Serve un ecosistema che smetta di chiedere ai ragazzi di “adattarsi” e inizi a costruire contesti dove possano contribuire, crescere, sbagliare e riprovare.

Non sarà il CNEL a cambiare le cose, non sarà un convegno. Saranno le scelte. Quelle quotidiane, quelle che non fanno notizia ma cambiano la traiettoria. Saranno imprenditori che decidono di pagare meglio e pretendere di più. Saranno comuni che investono su servizi veri, non su iniziative vetrina. Saranno aziende che inseriscono l’AI nei processi invece di temerla. Saranno territori che diventano protagonisti, non comparse.

La verità è che in Italia abbiamo tutto: storia, qualità, competenze, territori, creatività. Ci manca solo la volontà di smettere di considerarci una grande bellezza immutabile. La bellezza, se non viene alimentata, diventa rovina.

E allora, sì: serviva un Rapporto CNEL. Non per accorgerci che i giovani se ne vanno, ma per mettere nero su bianco una verità scomoda. Perché senza numeri non c’è dibattito. E senza dibattito non c’è futuro. L’Italia non può limitarsi a sperare che i giovani restino. Deve diventare un Paese in cui vale la pena restare.

Oggi non lo è ancora. Domani può esserlo. Ma non per caso: per scelta.

E le Dolomiti – e tutte le aree che chiamavamo periferie – hanno già tutto per scegliere bene. Basta smettere di guardarle come luoghi da preservare e iniziare a considerarle luoghi da cui ripartire.

Se vogliamo trattenere i giovani, dobbiamo dare loro non una promessa, ma un orizzonte. E per farlo serve una cosa che in Italia si chiama coraggio. Ed è ora di ritrovarlo.

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