L’avvocato Andrea Forcella, professionista attivo a Bari nel campo della responsabilità professionale e del risarcimento del danno, è il fondatore dello Studio Legale PieffeAvvocati. Lo studio nasce da una precisa concezione dell’attività forense: offrire ai clienti non il supporto di un singolo professionista, ma la competenza integrata di un gruppo di avvocati specializzati in differenti settori del diritto. Un modello multidisciplinare pensato per affrontare anche le questioni più complesse attraverso il confronto tra competenze diverse e una visione complessiva della vicenda sottoposta all’attenzione dei professionisti.
È in questo percorso professionale che si inserisce anche l’attività di Andrea Forcella nell’ambito della responsabilità professionale, del risarcimento del danno e, in particolare, delle problematiche legate alla responsabilità civile nell’esercizio della funzione giudiziaria e alle ipotesi di ingiusta detenzione.
Chi tutela il cittadino quando è la stessa macchina della giustizia a provocargli un danno? È una domanda complessa, che tocca uno dei punti più delicati del rapporto tra cittadino e istituzioni: quello dell’eventuale responsabilità derivante dall’esercizio della funzione giudiziaria.
Secondo l’avvocato Forcella, il cittadino viene tutelato innanzitutto dallo Stato, attraverso strumenti che il legislatore ha scelto di rendere rigorosi, specifici e delimitati. Non si tratta, infatti, di offrire un rimedio a ogni decisione giudiziaria non condivisa o a ogni esito processuale sfavorevole, ma di intervenire in quelle situazioni eccezionali nelle quali possa configurarsi un danno ingiusto prodotto nell’esercizio della funzione giudiziaria.
L’ordinamento prevede diversi strumenti, che devono essere tenuti distinti in relazione ai loro presupposti e alle rispettive finalità.
Tra questi rientra innanzitutto l’equa riparazione per ingiusta detenzione, disciplinata dagli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale. Si tratta dello strumento previsto per chi abbia subito una custodia cautelare successivamente rivelatasi ingiusta, nelle forme e alle condizioni previste dalla legge.
Una fattispecie distinta è quella dell’errore giudiziario, che può verificarsi quando la detenzione sia conseguenza di una sentenza di condanna poi riconosciuta come ingiusta a seguito della revisione del processo.
Esiste inoltre l’azione per la responsabilità civile nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, disciplinata dalla legge n. 117 del 1988, che riguarda ipotesi individuate dalla normativa, tra cui quelle caratterizzate da dolo o colpa grave e il diniego di giustizia.
Quest’ultimo presenta caratteristiche particolari: il problema non riguarda necessariamente un provvedimento ritenuto erroneo, ma l’assenza di una decisione o il ritardo ingiustificato nel provvedere, nonostante la parte abbia formalmente richiesto che venga adottato un provvedimento.
A questi strumenti si aggiunge la cosiddetta legge Pinto, che prevede un rimedio per il danno derivante dall’eccessiva durata del processo, secondo i presupposti stabiliti dalla normativa.
La tutela del cittadino passa quindi attraverso strumenti tecnici e circoscritti. Una caratteristica che, secondo Forcella, trova una propria ragione nella necessità di mantenere un equilibrio tra due esigenze: da una parte la tutela della libertà, della dignità, del patrimonio e della vita personale di chi subisce un danno; dall’altra la salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della funzione giudiziaria.
L’avvocato Forcella si occupa da tempo di responsabilità professionale e risarcimento del danno. È proprio questa esperienza ad averlo portato ad approfondire anche il tema della responsabilità civile dei magistrati e dell’ingiusta detenzione.
Nella sua attività professionale ha avuto modo di confrontarsi con situazioni nelle quali il danno prodotto da una vicenda giudiziaria non si è limitato alla dimensione strettamente giuridica.
Una misura cautelare ingiusta, osserva il professionista, può infatti incidere profondamente sulla vita di una persona. La privazione della libertà rappresenta soltanto una parte del problema: le conseguenze possono coinvolgere i rapporti familiari, l’equilibrio psicologico, l’attività imprenditoriale o professionale, le relazioni commerciali e la reputazione.
È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare uno degli elementi più complessi. La restrizione della libertà può cessare, ma le conseguenze di ciò che è accaduto possono continuare a lungo dopo la conclusione della misura.
Il danno, inoltre, può emergere anche quando il procedimento non arriva a una vera e propria fase dibattimentale. Può accadere che un procedimento venga archiviato già nella fase successiva alle indagini e che, nonostante ciò, la persona abbia subito conseguenze significative.
Tra gli aspetti che maggiormente colpiscono Forcella vi è la condizione di solitudine nella quale può trovarsi il cittadino coinvolto in una vicenda giudiziaria.
Al danno derivante direttamente dal procedimento può aggiungersi quello prodotto dal sospetto nell’opinione pubblica. Per una persona, soprattutto se impegnata in attività imprenditoriali o professionali, la semplice associazione a un’indagine o a una misura cautelare può avere ripercussioni sulla reputazione e sui rapporti con l’ambiente circostante.
L’avvocato richiama, a questo proposito, il caso di un imprenditore seguito professionalmente dopo essere stato colpito da una misura cautelare. Al termine della vicenda, secondo quanto raccontato da Forcella, all’uomo era rimasta principalmente la famiglia. Una situazione che, agli occhi del professionista, evidenzia quanto possa essere profondo il divario tra la conclusione formale di un procedimento e le conseguenze concrete che esso può lasciare nella vita di una persona.
Forcella sottolinea inoltre come, in casi di questo genere, anche il cittadino possa trovarsi privo di un professionista disposto ad affrontare il problema della responsabilità e del possibile risarcimento.
Proprio per questo, secondo l’avvocato, anche la categoria forense dovrebbe affrontare questa materia senza timori, con il necessario rigore ma riconoscendo che si tratta di una questione giuridica concreta e meritevole di attenzione.
Il tema della responsabilità civile dei magistrati porta inevitabilmente a confrontarsi con una questione di equilibrio: garantire al cittadino la possibilità di ottenere tutela senza compromettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
La responsabilità, nell’attuale sistema, esiste ma è costruita dal legislatore come un rimedio eccezionale e sottoposto a condizioni rigorose.
Un primo elemento di equilibrio è rappresentato dalla cosiddetta clausola di salvaguardia. L’attività di interpretazione delle norme e quella di valutazione dei fatti e delle prove, nei limiti stabiliti dalla disciplina applicabile, non possono tradursi automaticamente in responsabilità.
Un secondo elemento riguarda il soggetto nei cui confronti viene proposta l’azione: il procedimento risarcitorio è rivolto nei confronti dello Stato e non direttamente del magistrato, salvo le specifiche ipotesi previste dalla legge.
Vi è poi il carattere sussidiario dell’azione. L’articolo 4 della legge n. 117 del 1988 prevede infatti il previo esperimento dei mezzi ordinari di impugnazione e degli altri rimedi previsti contro il provvedimento lesivo, secondo le condizioni stabilite dalla normativa.
L’azione di responsabilità, dunque, non può trasformarsi in una scorciatoia alternativa agli strumenti ordinari del processo. Prima occorre utilizzare i rimedi interni al procedimento per cercare di rimuovere o correggere l’atto ritenuto lesivo; successivamente, ove ne ricorrano i presupposti, può porsi il problema del risarcimento.
Forcella manifesta tuttavia una posizione critica rispetto a un sistema che, a suo giudizio, rischia di restringere eccessivamente la possibilità concreta di ottenere un risarcimento.
La necessità di preservare l’indipendenza della magistratura non dovrebbe, secondo il professionista, tradursi nel timore di riconoscere le conseguenze di un eventuale danno provocato da un esercizio non corretto della funzione giudiziaria.
Il punto di partenza, nella sua prospettiva, dovrebbe essere il danno: quando esso esiste e risulta collegato a una funzione giudiziaria esercitata in modo illegittimo, lo Stato dovrebbe essere in grado di fornire una risposta al cittadino.
Una risposta che, secondo Forcella, non indebolirebbe necessariamente la credibilità della giustizia, ma potrebbe al contrario rafforzarla, proprio attraverso la capacità delle istituzioni di riconoscere e affrontare i propri eventuali errori.
Il danno derivante da un’ingiusta detenzione rappresenta una delle forme più invasive di pregiudizio che possono colpire una persona.
La privazione della libertà personale si accompagna infatti, in molti casi, a conseguenze sulla dignità, sull’identità sociale, sull’equilibrio psicologico, sui rapporti familiari e sulla capacità di produrre reddito.
Il diritto non può cancellare ciò che è accaduto, ma può riconoscere il pregiudizio subito attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Nel caso dell’equa riparazione per ingiusta detenzione, la quantificazione dell’indennizzo segue criteri specifici. La giurisprudenza ha individuato un parametro aritmetico di riferimento, dal quale il giudice può partire per determinare l’importo, modulandolo poi in relazione alle caratteristiche concrete della vicenda.
La valutazione deve tenere conto delle circostanze oggettive e soggettive del singolo caso, purché adeguatamente motivate.
Non si tratta, dunque, di un meccanismo automatico nel quale ogni forma di privazione della libertà determina necessariamente il riconoscimento dell’indennizzo.
L’articolo 314 del codice di procedura penale prevede infatti un limite particolarmente importante: la riparazione è esclusa quando l’interessato abbia dato o concorso a dare causa alla custodia cautelare con dolo o colpa grave.
Anche sotto questo profilo emerge quindi la necessità di un’analisi rigorosa della singola vicenda e del comportamento tenuto dalla persona interessata.
Uno degli aspetti sui quali Forcella insiste maggiormente è la necessità di non trasformare la responsabilità dello Stato in uno strumento generalizzato di contestazione dell’attività giudiziaria.
Non ogni sofferenza legata a un procedimento determina infatti un diritto al risarcimento. Allo stesso modo, non ogni decisione successivamente modificata in sede di impugnazione costituisce automaticamente fonte di responsabilità.
La materia richiede una distinzione precisa tra l’esistenza di un esito giudiziario non condiviso, l’eventuale errore nell’ambito del procedimento e la presenza dei presupposti necessari per configurare una responsabilità risarcitoria.
Per questo, secondo Forcella, il rigore rappresenta un elemento imprescindibile. La tutela del cittadino deve esistere, ma deve essere fondata su presupposti verificabili e su una prova concreta del danno e del rapporto causale con la vicenda giudiziaria.
Per un cittadino che ritenga di aver subito un danno ingiusto a causa di una vicenda giudiziaria, il primo consiglio dell’avvocato è quello di non improvvisare.
In questa materia, un errore iniziale può avere conseguenze rilevanti, soprattutto in relazione ai termini, ai rimedi applicabili, all’inquadramento giuridico della vicenda e alla prova del danno.
Il primo passaggio consiste quindi nell’individuare quale strumento di tutela possa essere concretamente utilizzato. L’ingiusta detenzione prevista dagli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale presenta presupposti diversi rispetto all’azione di responsabilità disciplinata dalla legge n. 117 del 1988.
Cambiano le condizioni richieste, i termini, le modalità procedurali e gli oneri probatori.
Occorre poi verificare tempestivamente quali siano i rimedi esperibili e quali termini debbano essere rispettati, evitando che il decorso del tempo possa compromettere la possibilità di agire.
Un altro passaggio fondamentale riguarda la raccolta della documentazione. Devono essere ordinati i provvedimenti giudiziari rilevanti, gli atti processuali essenziali e tutta la documentazione utile a dimostrare le conseguenze della vicenda: dalla documentazione economica a quella medica, fino agli elementi relativi all’attività professionale e imprenditoriale.
L’obiettivo è dimostrare non soltanto l’esistenza di una vicenda giudiziaria pregiudizievole, ma anche l’effettività del danno, la sua gravità e il collegamento causale con quanto accaduto.
L’ultimo elemento, forse il più importante, riguarda la necessità di affrontare la vicenda con equilibrio.
Secondo Forcella, non ogni sofferenza processuale genera un diritto al risarcimento, così come non ogni decisione giudiziaria successivamente modificata può automaticamente essere considerata fonte di responsabilità dello Stato.
È quindi necessario compiere una valutazione sobria e rigorosa del caso concreto, verificando la presenza di tutti i presupposti previsti dalla legge e dalla giurisprudenza.
La tutela del cittadino e l’indipendenza della magistratura non devono essere considerate come esigenze necessariamente contrapposte. Il punto di equilibrio, nella prospettiva dell’avvocato Forcella, consiste nella possibilità di garantire entrambe: da un lato una magistratura libera di esercitare la propria funzione senza pressioni improprie; dall’altro uno Stato capace di riconoscere e riparare un danno ingiusto quando esso sia effettivamente accertato.
È in questo spazio, particolarmente delicato, che si colloca il tema della responsabilità per l’esercizio della funzione giudiziaria: una materia complessa, nella quale la tutela dei diritti individuali deve procedere insieme alla salvaguardia dei principi fondamentali del sistema della giustizia.
A cura di Marzia Lazzerini