Le parole non servono soltanto a descrivere il mondo: possono influenzare il modo in cui lo percepiamo.
È da questa affascinante domanda che prende forma il lavoro di Silvia Angela Mansi e Laura Anna Ciaccio, ricercatrici nell’ambito delle Scienze Cognitive presso l’Università di Pavia, impegnate nello studio delle relazioni tra linguaggio, percezione e neuroscienze cognitive.
Attraverso un approccio interdisciplinare che intreccia psicologia, linguistica e neuroscienze, le loro ricerche esplorano come il cervello elabori le parole e come queste possano attivare vere e proprie esperienze sensoriali.
Che cosa accade quando leggiamo la parola “gelato” senza averne uno davanti? È possibile che un termine legato al caldo o al freddo influenzi ciò che percepiamo sulla pelle?
Al centro dei loro studi c’è il rapporto bidirezionale tra linguaggio e percezione: se da una parte le parole guidano la nostra attenzione e rendono alcune esperienze più salienti, dall’altra è proprio il modo in cui viviamo il mondo attraverso i sensi a plasmare il lessico delle lingue. Un dialogo continuo tra mente, corpo e linguaggio che apre nuove prospettive sulla comprensione del funzionamento del cervello umano.
In questa intervista, Silvia Angela Mansi e Laura Anna Ciaccio ci accompagnano alla scoperta di un campo di ricerca capace di cambiare il nostro modo di pensare al linguaggio: non come semplice strumento di comunicazione, ma come parte attiva dell’esperienza percettiva e cognitiva.
Che cosa succede nel cervello quando leggiamo la parola “gelato”, anche se non ne abbiamo uno davanti? E le parole possono davvero modificare il modo in cui percepiamo caldo e freddo sulla pelle? Sono domande al centro delle ricerche che uniscono linguaggio, percezione e neuroscienze cognitive.
Al cuore di questi studi c’è l’idea che linguaggio e percezione siano legati da un rapporto bidirezionale.
Da un lato, la lingua che parliamo guida l’attenzione: ci porta a soffermarci su alcuni dettagli della realtà piuttosto che su altri, rendendo certe esperienze sensoriali più salienti e memorabili.
Dall’altro lato, è l’esperienza sensoriale stessa a modellare il vocabolario: per ciò che è particolarmente rilevante per gli esseri umani, le lingue tendono a sviluppare parole specifiche, mentre altre sfumature, pur intense, restano spesso senza nome.
Un esempio intuitivo riguarda le parole che evocano esperienze sensoriali e motorie.
Il momento in cui leggiamo o ascoltiamo una parola come “gelato”, anche in assenza dell’oggetto fisico, si attivano circuiti neurali collegati alla percezione del freddo e ai movimenti necessari per afferrarlo e mangiarlo. Non è solo immaginazione: queste attivazioni coinvolgono aree sensoriali e motorie, in linea con le teorie dell’embodied cognition, secondo cui i processi linguistici sono profondamente radicati nei sistemi percettivi e motori.
Su questa base si inseriscono nuove ricerche sulla percezione termica, che indagano se le parole possano modulare in tempo reale il modo in cui percepiamo caldo e freddo.
I risultati preliminari, ancora in fase di analisi, sembrano indicare che il linguaggio possa effettivamente influenzare l’esperienza corporea, confermando l’idea che ciò che diciamo e ascoltiamo non resti confinato “nella testa”, ma interagisca con il corpo.
Un altro filone di lavoro riguarda il ruolo dell’esperienza visiva nella costruzione della conoscenza. Per le persone vedenti, la vista appare come il senso dominante nel modo in cui esploriamo e organizziamo il mondo, e diversi studi sperimentali ne confermano il peso specifico rispetto ad altri canali, come l’olfatto, che pure può essere intensissimo ma meno centrale nella strutturazione concettuale.
Il caso delle persone cieche dalla nascita rende ancora più evidente il peso del linguaggio. Pur non avendo mai avuto un’esperienza visiva diretta, queste persone sviluppano conoscenze articolate su categorie tipicamente visive, come i colori, grazie alle conversazioni e ai testi scritti. In questo modo il linguaggio funziona come un ponte che permette di costruire concetti oltre i limiti dell’esperienza sensoriale individuale, fino a colmare in parte una mancanza sensoriale.
Le implicazioni per la vita quotidiana sono ampie. Siamo abituati a pensare al linguaggio come a un semplice strumento per trasmettere informazioni, ma le evidenze suggeriscono che veicoli anche tracce delle nostre esperienze sensoriali, del modo in cui interpretiamo l’ambiente, delle prospettive attraverso cui guardiamo il mondo. Ogni conversazione contribuisce così a costruire punti di vista, significati condivisi e identità, trasformando le parole in uno strumento potente che attraversa contesti sociali, educativi e professionali.

Sebbene molte di queste ricerche siano ancora di base, le potenziali applicazioni sono già all’orizzonte.
In ambito educativo, comprendere il ruolo delle esperienze sensoriali nell’elaborazione del linguaggio può aiutare a ripensare i metodi di insegnamento delle lingue, ancora troppo spesso centrati su lezioni frontali e contenuti astratti, a favore di approcci più esperienziali e multisensoriali.
In campo clinico, le conoscenze sul legame tra linguaggio, percezione e cervello vengono esplorate in protocolli di riabilitazione linguistica dopo ictus o lesioni cerebrali, con primi risultati incoraggianti.
Dietro gesti che diamo per scontati vedere, parlare, leggere una parola qualsiasi si nasconde dunque un intreccio complesso di circuiti neurali, esperienze corporee e sistemi linguistici.
Capire meglio questo intreccio significa non solo conoscere il cervello, ma anche riconoscere quanto le parole contribuiscano a determinare ciò che guardiamo, ciò che ricordiamo e ciò che, in tutti i sensi, sentiamo.
A cura di Marzia Lazzerini
Silvia Angela Mansi e Laura Anna Ciaccio