Un incontro, un’intesa immediata, la sensazione di aver trovato qualcuno che finalmente “capisce”. Poi, lentamente, qualcosa cambia.
All’inizio sono dettagli quasi invisibili. Una battuta pungente, una gelosia interpretata come prova d’amore, una richiesta di attenzione più insistente del normale. Piccoli segnali che spesso vengono ignorati o minimizzati. Col tempo però quel legame che sembrava proteggere diventa una gabbia. L’affetto si trasforma in controllo. L’intimità in dipendenza.
Quando si parla di femminicidio, la cronaca tende a raccontare solo l’ultimo atto: il momento più tragico, quello che arriva sulle prime pagine dei giornali. Ma per capire davvero questo fenomeno bisogna fare un passo indietro e osservare ciò che accade molto prima.
Durante una recente intervista a Storytime, la psicologa e psicoterapeuta Elena Diana ha affrontato proprio questo nodo: le dinamiche psicologiche che possono trasformare una relazione affettiva in una relazione tossica, fino al ciclo della violenza.
Il suo libro, “Femminicidio. Modello relazionale affettivo disfunzionale della coppia”, propone un’analisi che non si limita alla cronaca. L’obiettivo è più ambizioso: comprendere il sistema relazionale che può portare una coppia a sviluppare dinamiche di controllo, dipendenza e violenza.
Perché la violenza raramente nasce all’improvviso. Quasi sempre cresce dentro la relazione, lentamente.
Quando un caso di femminicidio emerge sulle pagine dei giornali, la domanda che molti si pongono è sempre la stessa: com’è possibile che nessuno abbia visto prima cosa stava accadendo? La risposta, spesso, è che quei segnali esistevano già.
Secondo Elena Diana, per comprendere davvero il fenomeno è necessario spostare lo sguardo dal singolo evento alla dinamica relazionale che lo precede. La violenza, infatti, raramente appare subito in forma esplicita. Più spesso nasce all’interno di un sistema di relazione che, nel tempo, diventa progressivamente disfunzionale.
Nel suo lavoro, la psicoterapeuta parla di “incastro relazionale disfunzionale”: un meccanismo psicologico nel quale due partner, portatori di fragilità emotive differenti, finiscono per alimentare reciprocamente un equilibrio instabile.
Non si tratta semplicemente di una persona violenta e di una vittima passiva. La dinamica è più complessa. È un sistema che si costruisce nel tempo, spesso in modo inconsapevole.
«Il modello che ho elaborato – spiega Elena Diana – analizza la dinamica relazionale morbosa che può incatenare due partner. Se alcune variabili vengono riconosciute in tempo, è possibile intervenire in senso preventivo».
Ed è proprio qui che si trova la chiave della prevenzione: riconoscere i meccanismi prima che si trasformino in violenza.
Per capire perché alcune persone entrano in relazioni affettive disfunzionali bisogna tornare molto indietro nel tempo. La psicologia relazionale ha dimostrato che il modo in cui impariamo ad amare nasce durante l’infanzia. Le prime interazioni con i genitori o con le figure di riferimento costruiscono il nostro modello di relazione.
Se da bambini riceviamo attenzione, stabilità emotiva e sicurezza affettiva, sviluppiamo un senso di fiducia nelle relazioni. Cresciamo con la percezione che l’amore possa essere uno spazio di libertà e di reciprocità.
Quando invece le relazioni familiari sono segnate da incoerenza emotiva, distacco o instabilità, il bambino può interiorizzare modelli relazionali più fragili.
Elena Diana richiama in questo senso il concetto di “genitore sufficientemente buono”, introdotto dal pediatra e psicoanalista britannico Donald Winnicott. Non si tratta di un genitore perfetto, ma di una figura capace di rispondere in modo coerente ai bisogni emotivi del bambino.
Questa presenza costruisce fiducia, autostima e capacità di relazione. Quando invece il bambino cresce in un ambiente emotivamente instabile può sviluppare stili di attaccamento insicuri: una costante paura dell’abbandono, il bisogno continuo di conferme affettive o la difficoltà a costruire relazioni equilibrate.
Questi modelli non restano confinati all’infanzia. Spesso riemergono nelle relazioni adulte.
Una relazione tossica raramente inizia come tale. All’inizio può sembrare addirittura molto intensa. Le emozioni sono forti, l’attenzione reciproca è totalizzante, il legame appare profondo. Proprio questa intensità iniziale può nascondere alcune fragilità relazionali.
Quando due persone con insicurezze emotive si incontrano, può svilupparsi una forma di dipendenza affettiva reciproca. Nel modello proposto da Elena Diana questo fenomeno prende il nome di attaccamento complesso.
I partner iniziano a costruire un sistema relazionale chiuso, in cui il rapporto diventa il centro esclusivo della vita emotiva. All’inizio questo legame può sembrare una forma di grande intimità. Col tempo però i confini tra identità personale e relazione diventano sempre più sfumati.
La coppia tende a isolarsi. Le relazioni con amici, familiari o colleghi diventano secondarie. L’autonomia personale si riduce.
Ed è proprio in questo contesto che può emergere il controllo.

Uno degli errori più comuni è pensare che la violenza inizi direttamente con aggressioni fisiche. Nella maggior parte dei casi il processo è molto più graduale.
Prima arrivano le svalutazioni psicologiche. Commenti che ridicolizzano, battute che feriscono, critiche continue. Poco dopo compaiono forme di manipolazione emotiva: il partner abusante sposta la responsabilità dei conflitti sull’altra persona, inducendo senso di colpa. Con il tempo si aggiungono altri elementi. La gelosia diventa possessività. Le richieste di attenzione diventano controllo. L’amore diventa sorveglianza.
Spesso il partner abusante cerca di isolare la vittima dal suo contesto sociale. Le amicizie vengono scoraggiate, i rapporti familiari messi in discussione. In alcuni casi emerge anche il controllo economico, che riduce ulteriormente l’autonomia della persona.
Questo processo crea una dinamica psicologica estremamente potente: la vittima può arrivare a percepire la relazione come inevitabile. La violenza diventa parte della normalità.
Uno dei contributi più importanti dell’analisi proposta da Elena Diana riguarda proprio la capacità di riconoscere i segnali precoci di una relazione tossica.
Una relazione sana si basa su pochi principi molto chiari: libertà personale, rispetto reciproco e autonomia emotiva. Quando questi elementi iniziano a venire meno, è importante prestare attenzione. Tra i segnali più frequenti nelle relazioni disfunzionali troviamo comportamenti possessivi, gelosia eccessiva, tentativi di controllo sulle relazioni sociali, manipolazioni emotive e progressivo isolamento dalla rete di supporto.
Alla base di queste dinamiche spesso si trova la dipendenza emotiva. La paura della solitudine o dell’abbandono può diventare così forte da spingere una persona a tollerare comportamenti sempre più aggressivi o umilianti. È qui che la relazione smette di essere uno spazio di crescita e diventa una struttura che imprigiona.
Chi osserva una relazione tossica dall’esterno spesso si pone una domanda apparentemente semplice: perché non se ne va? La realtà psicologica è molto più complessa.
Quando una persona vive per lungo tempo in una relazione caratterizzata da manipolazione emotiva e svalutazione, può sviluppare una forma di paralisi psicologica. La percezione delle alternative si riduce, l’autostima diminuisce e la dipendenza affettiva aumenta. In alcuni casi la vittima può arrivare a sentirsi responsabile della violenza subita.
Questo meccanismo è uno degli aspetti più drammatici del ciclo della violenza: la relazione diventa una struttura che si autoalimenta. Proprio per questo motivo chiedere aiuto rappresenta spesso il passaggio più difficile, ma anche il più decisivo.
In Italia è attivo il numero nazionale antiviolenza e stalking 1522, un servizio gratuito disponibile 24 ore su 24 che offre supporto alle donne vittime di violenza.
Ridurre la violenza di genere non significa intervenire solo nei momenti di emergenza. Significa lavorare molto prima. Secondo Elena Diana la prevenzione passa attraverso un cambiamento culturale profondo. Educare alle relazioni affettive nelle scuole, promuovere una cultura del rispetto, rafforzare le reti di supporto per le vittime e formare professionisti capaci di riconoscere i segnali di abuso sono azioni fondamentali.
La violenza di genere non è solo una questione privata. È un fenomeno sociale complesso, radicato nei modelli culturali e relazionali della società. Ed è proprio per questo che richiede una risposta collettiva.
Osservare il fenomeno del femminicidio solo attraverso la lente della cronaca significa perdere la parte più importante della storia. Dietro ogni episodio di violenza esiste una dinamica relazionale che si è costruita nel tempo. Comprendere questi meccanismi non significa giustificare la violenza. Significa sviluppare strumenti per riconoscerla prima che diventi irreversibile.
Il lavoro di ricerca di Elena Diana si muove proprio in questa direzione: offrire un modello interpretativo che aiuti a leggere le relazioni affettive con maggiore consapevolezza. Perché la prevenzione non nasce dalla paura. Nasce dalla comprensione. E comprendere le relazioni è il primo passo per costruirne di più sane.