L’Italia ha parlato. O meglio: ha scelto di non parlare. I referendum abrogativi dell’8-9 giugno 2025 su lavoro e cittadinanza si sono chiusi con un dato inequivocabile – e devastante – per chi crede ancora nella partecipazione come leva di cambiamento: non è stato raggiunto il quorum.
Nemmeno lontanamente. Affluenza intorno al 28%, con picchi – se così possiamo chiamarli – appena sopra il 38% in Toscana. Il resto del Paese ha virato verso l’indifferenza. Ma attenzione: non è solo disinteresse civico. È un segnale sistemico. E riguarda tutti noi.
I numeri dicono che quattro referendum su cinque toccavano il tema caldo del lavoro (appalti, licenziamenti, tutele). Il quinto riguardava l’estensione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia. Tutti promossi dalla CGIL con l’appoggio di +Europa. Tutti bocciati dal silenzio degli elettori.
E mentre le percentuali di “sì” erano altissime tra chi ha votato (oltre l’85% per i quesiti sul lavoro), la partecipazione è crollata. Non solo nei piccoli comuni o nelle regioni più conservative. Anche nei centri urbani, dove il capitale umano e culturale è maggiore, non si è superata la soglia critica del 50%.
Il centrodestra ha cavalcato (strategicamente) l’astensione, dando segnali chiari di disimpegno. Una scelta legittima, ma che rivela la natura profondamente politica – e non neutrale – della partecipazione o della sua assenza.
Il punto non è il fallimento tecnico di un’iniziativa referendaria. Il punto è la disconnessione culturale tra i problemi reali del lavoro e le modalità con cui proviamo a risolverli. E questo ha implicazioni dirette per chiunque costruisca aziende, guidi team, gestisca capitale umano.
Nonostante il malcontento diffuso, i cittadini non hanno percepito quei quesiti come strumenti efficaci di cambiamento. Segno che il problema non è solo la precarietà o l’ingiustizia, ma la narrazione stessa del lavoro in Italia. Siamo passati dal “diritto al lavoro” al “disincanto verso il lavoro”. Chi fa impresa deve prendere atto di questo vuoto valoriale e affrontarlo, non scansarlo.
Il referendum è lo strumento principe della democrazia diretta. Ma se fallisce così clamorosamente, significa che anche i meccanismi di pressione “dal basso” sono inadeguati. Non basta un’idea giusta per creare consenso: serve una strategia narrativa, serve visione. Serve saper costruire fiducia. Lo stesso vale per ogni impresa, ogni brand, ogni leader.
Un popolo che smette di partecipare è un popolo che ha smesso di credere nella possibilità di incidere.
Nel mondo del lavoro, questa è la stessa dinamica che porta un dipendente a “fare il minimo”, un freelance a demotivarsi, un’azienda a non investire su persone e cultura.
Il disimpegno è contagioso. E lo paghiamo tutti, in produttività, in innovazione, in fiducia collettiva.
Chi guida aziende o porta avanti progetti non può più limitarsi a osservare la politica dall’esterno. Deve interrogarsi sul ruolo che gioca nella costruzione di senso e appartenenza.
Perché la verità è semplice: le regole del gioco cambiano con o senza di te. E se tu non partecipi alla definizione del contesto (fiscale, normativo, culturale), altri lo faranno al posto tuo – magari con visioni miopi, protezionistiche, o nostalgiche.
Per chi costruisce valore nel lungo periodo, questo flop referendario è una sveglia. Non bastano più le buone intenzioni. Servono competenze, visione sistemica, e un coraggio culturale fuori moda: quello che mette le persone – non gli slogan – al centro.
Il vero fallimento non è che i referendum siano stati ignorati. Il vero fallimento è ignorare ciò che questo ci dice. Il lavoro non si cambia con una firma o una casella da barrare. Si cambia ogni giorno, in azienda, nelle scelte strategiche, nei modelli di leadership, nei sistemi di incentivazione.
Serve più cultura del lavoro. Meno retorica. Più responsabilità condivisa. Meno scorciatoie istituzionali.
Chi guida deve guidare anche questo tipo di cambiamento. O sarà il mercato – prima ancora che la politica – a voltargli le spalle.
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