Cuneo – Siamo abituati a riflettere con attenzione su ciò che mangiamo, ma quanto siamo consapevoli di ciò che indossiamo? È questa la provocazione da cui parte Dario Casalini, ex professore universitario di diritto pubblico e oggi imprenditore tessile, ospite ai microfoni di Storytime. Casalini è il fondatore di Slow Fiber, una rete di aziende nata con l’obiettivo di diffondere una nuova consapevolezza sul consumo tessile, tracciando un percorso parallelo a quello intrapreso anni fa da Slow Food nel settore gastronomico.
Mentre il cibo ci impegna per poche ore al giorno, i prodotti tessili – tra abbigliamento, intimo, lenzuola, asciugamani e arredamento – restano a contatto con la nostra pelle per ben 24 ore. Nonostante questa presenza costante, la maggior parte dei consumatori ignora totalmente la provenienza e la composizione di ciò che acquista.

Il progetto Slow Fiber si fonda su un concetto di bellezza relazionale, intesa come qualcosa che genera benessere non solo per chi la possiede, ma anche per la comunità e l’ambiente circostante. Questa visione si traduce in cinque pilastri fondamentali:
Buono: legato alla qualità e alla trasparenza della filiera produttiva.
Sano: incentrato sulla chimica e sulla salute, per garantire che non vengano usate sostanze tossiche o pericolose sia per i lavoratori che per i consumatori finali.
Pulito: volto a minimizzare il pesante impatto ambientale dell’industria tessile.
Giusto: focalizzato sull’equità sociale e sul rispetto dei diritti dei lavoratori, rifiutando ogni forma di sfruttamento.
Durevole: per stimolare la creazione di prodotti resistenti, riparabili e che non si trasformino rapidamente in rifiuti.

I vestiti venduti a prezzi stracciati comportano costi nascosti altissimi per il pianeta e per l’uomo. Spesso la produzione a basso costo delocalizza l’inquinamento e le discariche nel sud del mondo, ma i rischi toccano da vicino anche la salute del consumatore.
In Europa e in Italia l’uso della chimica nei tessuti è fortemente regolamentato, ma nei paesi extra-europei da cui proviene gran parte dell’abbigliamento economico le regole sono molto più blande. Sostanze chimiche pericolose usate per colorare o finire i tessuti possono essere assorbite dalla pelle per osmosi (ad esempio attraverso il sudore), alimentando la crescita esponenziale di allergie, dermatiti e intolleranze.

Come spiegato anche nel libro di Casalini, Vestire buono, pulito e giusto, i consumatori hanno un enorme potere di cambiare le cose attraverso un “boicottaggio positivo”. La soluzione è tanto semplice quanto rivoluzionaria: diventare curiosi e informarsi.
Oggi, grazie al web e ai social network, è possibile verificare la trasparenza delle aziende. La svolta sta nel comprare meno e comprare meglio, scegliendo solo prodotti che hanno una storia pulita da raccontare e con cui si possa creare un legame affettivo, contrastando la cultura dello spreco.

Slow Fiber opera attualmente su tre grandi direttive: sensibilizzare al consumo responsabile, creare una rete collaborativa (e non competitiva) tra aziende che condividono gli stessi valori, e infine avvicinare i giovani alla filiera tessile attraverso academy, scuole e università.
Il prossimo passo sarà quello di aprirsi maggiormente al pubblico dei consumatori (B2C), creando una vera e propria comunità di cittadini pronti ad agire in armonia con la propria visione del mondo.
A cura di Federica Ragnini
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