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Domenica scorsa, mentre l’Italia Under 17 alzava la coppa d’Europa e gli Azzurri di Baldini convincevano contro avversari di rango, in un ufficio di Milano un CEO firmava la promozione di un dirigente di 58 anni “perché ha esperienza”. Due scene lontane, stessa logica. Il calcio italiano produce ragazzi che vincono in Europa e poi li lascia marcire in Primavera. Le aziende italiane formano under 35 brillanti e poi li parcheggiano in attesa che “maturino”, fino a quando se ne vanno in Olanda, in Germania o aprono una loro startup che ci farà concorrenza tra cinque anni.
C’è un filo che lega Coverciano a Confindustria, ed è il rifiuto strutturale del rischio formativo. Lo chiamano prudenza. È, più onestamente, paura. E sta costando al sistema produttivo italiano molto più di quanto qualunque report McKinsey abbia mai osato quantificare.
L’Italia U17 ha battuto il Belgio ai rigori. Bella storia, foto di rito, presidente FIGC sorridente. Poi qualcuno è andato a vedere dove giocheranno quei ragazzi la prossima stagione. Cristian Cama, della Roma, ha collezionato minuti solo in Primavera mentre nel suo ruolo in Serie A giravano profili come Tsimikas. Francesco Verde, alla Juventus, ha guardato Cabal giocare in prima squadra. L’unico che ha veramente debuttato è il portiere, Massimo Pessina, quattro presenze a Bologna — perché in Italia, paradossalmente, abbiamo perso la paura solo nel ruolo dove un errore costa di più.
Trasporta lo schema in azienda. Quanti junior brillanti hai assunto negli ultimi tre anni? Quanti hai messo davvero in condizione di decidere, sbagliare, ricostruire? Quanti, invece, stanno facendo PowerPoint per qualcuno che ne sa meno di loro?
Il dato che dovrebbe far tremare i polsi non è quanti talenti se ne vanno. È quanti restano e smettono di provarci. La rassegnazione dei trentenni qualificati italiani è il vero indicatore di salute del sistema, e oggi è in fondo alla classifica europea. Non è un problema di salari — o non solo. È un problema di orizzonte di crescita percepito.
“Non è ancora pronto” è la frase più costosa del management italiano. Viene pronunciata, ogni anno, milioni di volte nelle review trimestrali, e nasconde quasi sempre tre cose: il decisore non vuole correre il rischio personale di una promozione che potrebbe non funzionare, il decisore non ha un piano B se il giovane spicca il volo, il decisore — questa è la più scomoda — teme il confronto con chi cresce troppo in fretta.
In un calcio sano, l’allenatore lancia il diciassettenne perché sa che è il suo mestiere. In un’azienda sana, vale lo stesso principio. Il problema è che la gestione dei giovani in azienda, in Italia, viene quasi sempre delegata a chi ha più interesse a tenerli fermi: il loro capo diretto.
Il vero collo di bottiglia del talento italiano si chiama middle management. Generazione di quadri 50-60enni entrati negli anni Novanta, formati su logiche di carriera lineare, che oggi si trovano a presidiare ruoli che dovrebbero passare di mano e non lo fanno. Non per cattiveria. Per istinto di sopravvivenza.
Il founder che legge questo articolo dovrebbe farsi una domanda secca: quanti dei miei director hanno un successore identificato e in addestramento? Se la risposta è “pochi”, il problema non sono i ragazzi che non maturano. Sei tu che non hai messo i tuoi quadri sotto la pressione di crescerne altri.
Ogni giovane non promosso non costa zero. Costa il salario di un senior che fa il suo lavoro al doppio del prezzo, costa il turnover di chi dopo due anni se ne va, costa la mancata innovazione di chi sarebbe stato disposto a mettere in discussione il processo, costa la reputazione employer che si erode su LinkedIn molto più velocemente di quanto qualunque HR riesca a ricostruire. Sommato, è una voce di bilancio invisibile ma a doppia cifra.
L’Italia ha l’età media dei CDA più alta d’Europa, l’età media dei docenti universitari più alta dell’OCSE, l’età media dei sindaci dei comuni capoluogo intorno ai 57 anni. Non è un problema demografico. È un problema di design del potere: abbiamo costruito istituzioni che premiano chi resta, non chi consegna risultati. La crisi del merito in Italia non nasce nelle università, nasce molto prima — nasce nel momento in cui un trentenne capisce che il suo orizzonte realistico di responsabilità è a quindici anni di distanza, se va bene.
Il calcio italiano lo mostra in laboratorio: convoca CT cinquantenni reduci da fughe in Arabia perché “garantiscono”. Garantiscono cosa, non è chiaro. Le aziende fanno lo stesso quando assumono il CFO con il curriculum da Big Four invece del trentaduenne che ha già fatto tre exit. Sicurezza percepita contro performance reale: in Italia vince ancora la prima.
Esiste un modello virtuoso della cultura d’impresa italiana — quello dei distretti, della trasmissione padre-figlio, della responsabilità verso il territorio. È un patrimonio reale. Ma è diventato anche un alibi. La stessa parola “famiglia” che ha tenuto in piedi il capitalismo italiano per cinquant’anni oggi viene usata per giustificare nepotismi, blocchi al cambio generazionale, resistenze all’ingresso di capitale esterno che porterebbe disciplina meritocratica. La protezione, quando smette di proteggere chi cresce e inizia a proteggere chi è arrivato, diventa zavorra.
Per anni abbiamo discusso di cervelli in fuga immaginando aerei per Londra e Berlino. Oggi la fuga dei talenti Italia ha una forma più sottile e più pericolosa: è la fuga interna. È il product manager trentacinquenne che lascia la multinazionale per fondare una startup, è la professionista che apre la sua società di consulenza per non rispondere più a un partner che non legge le sue slide, è l’ingegnere che molla l’industria per andare in una scaleup. Non se ne vanno dall’Italia. Se ne vanno dal vecchio modello italiano, e lo fanno proprio mentre quel modello li avrebbe pagati di più.
Tra il 2026 e il 2031 oltre 1,2 milioni di imprenditori italiani supereranno i 65 anni. Una quota gigantesca di aziende cambierà guida. Chi avrà preparato il passaggio vivrà una transizione. Chi non l’avrà fatto venderà a un fondo, spesso straniero, spesso a multipli più bassi di quanto vale l’azienda. Il ricambio generazionale aziende non è un tema di consulenza, è il singolo evento economico più rilevante del prossimo decennio italiano. E si gioca tutto sulla domanda banale di prima: hai un under 40 dentro che potrebbe prendere la tua sedia tra tre anni?
Le PMI italiane formano benissimo. Lo fanno sul campo, con un trasferimento di competenze che le business school si sognano. Poi però lasciano che il talento formato vada a monetizzare altrove. Il talent management PMI dei prossimi anni dovrà imparare due cose che oggi sa fare pochissimo: legare la crescita professionale a strumenti finanziari reali (equity, phantom stock, profit sharing) e creare percorsi di leadership visibili, non lasciati alla relazione personale con il titolare. Senza questo, ogni euro investito in formazione è un sussidio alla concorrenza.
Anni fa Roberto Mancini convocò in Nazionale Simone Pafundi, sedicenne dell’Udinese che il suo club non faceva giocare. Lo fece per creare un problema: l’opinione pubblica scopre il giovane, i tifosi chiedono perché non gioca, il club è costretto a rispondere. Pafundi non è diventato Messi. Ma il meccanismo era brillante: usare la visibilità per forzare la mano a chi blocca il talento.
Trasporta in azienda. Il founder coraggioso, oggi, è quello che dà al junior il palco del town hall, lo mette davanti al board, lo manda al cliente strategico. Non per regalo. Per costringere l’organizzazione a confrontarsi con lui. Crea un problema positivo. Smuove le acque. Mette il middle management davanti alla scelta: o accompagnare la crescita, o farsi vedere come tappo. Funziona molto più di qualunque piano HR di sviluppo.
I ragazzi dell’Under 17 hanno vinto domenica. Tra cinque anni sapremo quanti di loro avranno avuto la carriera che meritavano e quanti saranno serviti solo a riempire una bacheca federale. Sappiamo già la risposta, in realtà. La sappiamo perché il sistema che dovrebbe lanciarli è lo stesso che ha lasciato a casa l’Italia dai Mondiali per tre volte di fila.
Lo stesso meccanismo, identico nei movimenti, si muove ogni giorno dentro le aziende italiane. Il talento sprecato in Italia non è un problema astratto di policy pubbliche. È una somma di micro-decisioni quotidiane prese da persone reali in stanze reali, che ogni volta scelgono la versione meno rischiosa del proprio futuro. Finché la riunione del lunedì mattina premia chi non sbaglia invece di chi prova, nessun bonus, nessun benefit, nessun welfare aziendale invertirà la rotta.
La domanda, per chi guida un’impresa oggi, non è se l’Italia tornerà a valorizzare i suoi giovani. È se la sua azienda lo farà prima che lo facciano i concorrenti — o prima che quei giovani smettano di chiedere il permesso e si mettano in proprio. Perché il talento, a differenza del capitale, non ha pazienza. E quando se ne va, raramente torna a bussare due volte.