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Sabato mattina, ore 8.14. Apri LinkedIn con il caffè in mano. Il primo post che ti compare è l’analisi puntuale dello scambio di battute tra Donald Trump e Giorgia Meloni andato in scena meno di dodici ore prima. L’autore — foto in giacca scura, sfondo sfocato che potrebbe essere qualunque città del mondo — spiega in 1.600 caratteri “cosa è successo davvero”. Decifra la postura della premier, scompone le micro-espressioni del presidente americano, prevede ripercussioni geopolitiche a sei mesi. Sotto, 1.240 like e 287 commenti.
Tu non lo conosci. Non sai se abbia mai messo piede in un ministero, se abbia studiato relazioni internazionali, se la sua esperienza diplomatica vada oltre il litigare in chat di condominio. Ma il post ti convince. Anzi: lo salvi.
Questa analisi prende spunto da un post di Paolo Borzacchiello apparso su LinkedIn proprio in queste ore, che invitava a guardare la vicenda Meloni-Trump da un’angolazione laterale: non cosa sia successo tra i due, ma come l’intero ecosistema social abbia reagito al fatto. Borzacchiello osservava un meccanismo tanto banale quanto trascurato: noi non vediamo il mondo per come è, ma per come siamo. E aggiungeva che, grazie al confirmation bias e all’algoritmo, ognuno di noi avrebbe trovato sulla propria strada decine di “fini analisti della comunicazione politica” pronti a confermare esattamente la tesi che già coltivava in pancia. Il punto, suggeriva, non è la cronaca politica. È lo specchio cognitivo che la cronaca politica ci mette davanti.
Da qui partiamo, perché lo spunto merita di essere portato dove riguarda davvero chi fa impresa: dentro la stanza dove si prendono le decisioni.
Nelle ventiquattro ore successive allo scambio il fenomeno si è ripetuto a cascata. Centinaia di “analisti” della comunicazione politica hanno prodotto interpretazioni opposte e tutte definitive. Per metà di loro Meloni ne è uscita benissimo. Per l’altra metà, malissimo. Tutti con la stessa identica sicurezza retorica. Tutti, soprattutto, partendo dagli stessi tre fotogrammi e dallo stesso spezzone di video da quarantadue secondi.
Il paradosso è clamoroso: chiedi tre preventivi prima di cambiare il gestore della luce in azienda, ma accetti come oro colato l’analisi geopolitica di uno sconosciuto che si firma “Strategist & Visionary”.
C’è un dato tecnico che andrebbe scolpito sopra ogni post di “analisi del linguaggio del corpo”: le ricerche scientifiche serie dimostrano da decenni che è impossibile interpretare emozioni e intenzioni reali da una fotografia o da uno spezzone breve di filmato. Quella che viene venduta come scienza, in questi casi, è quasi sempre folklore. Eppure i caroselli con frecce rosse sopra le sopracciglia di Meloni hanno fatto numeri da record. Perché funzionano emotivamente, anche quando — anzi, soprattutto quando — non hanno alcuna base.
In economia esiste una vecchia legge — quella di Gresham — secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona. Sui social accade qualcosa di analogo: la competenza performata scaccia quella reale. Chi sa davvero spesso tace, scrive poco, dubita molto, e quando si esprime lo fa con cautele che l’algoritmo punisce. Chi sa poco produce contenuti in serie, perché il dubbio non lo rallenta e la frequenza è premiata.
Il risultato è un mercato dell’attenzione dove i finti esperti sui social non sono un’anomalia: sono la norma statistica. E come ogni inflazione, svaluta chi ha contanti veri in tasca.
Lo stesso profilo che oggi disseziona lo scambio Meloni-Trump, sei mesi fa scomponeva il caso Ferragni-Pandoro. Tre mesi prima sentenziava sulla crisi delle banche regionali americane. L’anno scorso spiegava la blockchain a chi non gliel’aveva chiesto. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con lo stesso format grafico, sempre con la stessa frase di chiusura: “Cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti”.
Non è competenza. È un format editoriale travestito da consulenza.
Un job title vago è un segnale, e di solito un segnale rosso. “Aiuto le aziende a sbloccare il loro potenziale”, “CEO presso me stesso”, “Founder & Strategist & Visionary” non dicono nulla, e proprio per questo dicono molto: chi li sceglie non ha una specializzazione abbastanza precisa da poterla nominare. Eppure continuiamo a seguirli, perché il cervello scambia la sicurezza espositiva per competenza e la frequenza di pubblicazione per autorevolezza.
Qui entra in scena il meccanismo cognitivo più sottovalutato dell’era digitale, quello che Borzacchiello mette al centro della sua riflessione. Noi non leggiamo gli eventi, leggiamo i nostri set mentali proiettati sugli eventi.
Prova a fare un esperimento onesto. Chiedi a un tuo amico che apprezza la premier cosa pensa dello scambio con Trump: ti dirà che lei ne è uscita alla grande, che ha tenuto il punto, che la sua risposta è stata perfetta. Chiedilo a un amico che non la sopporta: ti dirà l’esatto opposto, con la stessa convinzione, citando gli stessi identici frame video. Entrambi troveranno sulla loro strada decine di “fini analisti della comunicazione politica” pronti a confermare la loro tesi con dovizia di argomentazioni.
Non è un caso. È esattamente il modo in cui funzioniamo. E l’algoritmo lo sa benissimo.
Questo è il punto che pochi vogliono sentirsi dire: l’algoritmo fa esattamente il suo lavoro. Non ti manipola, ti asseconda. Click dopo click, gli hai insegnato cosa preferisci leggere. I finti esperti sui social prosperano perché tu li hai allenati a esistere. Sono lo specchio fedele delle tue scorciatoie mentali.
Esiste una formula linguistica che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme ogni volta che la digitiamo nei commenti: “secondo me invece”. Quasi sempre ciò che segue non è un punto di vista alternativo costruito su dati. È una reazione emotiva travestita da opinione. È il modo in cui il nostro cervello difende il territorio cognitivo senza fare la fatica di rivisitarlo.
C’è un settore del finto-expertise che merita un capitolo a parte, perché è quello che il caso Meloni-Trump ha portato alle stelle: la pseudoscienza dell’interpretazione corporea da immagine fissa.
La letteratura scientifica seria su questo è inequivocabile. Riconoscere un’emozione richiede contesto, sequenza temporale, conoscenza della baseline comportamentale della persona, controllo delle variabili culturali. Un fotogramma isolato non offre nessuna di queste cose. Un video di quaranta secondi nemmeno. Eppure si vendono corsi, consulenze e libri interi su “come leggere le persone in tre secondi”. E ci credono in molti, perché il bisogno di sentirsi smaliziati è più forte del bisogno di avere ragione. Il problema è che lo stesso imprenditore che condivide il carosello sulle “micro-espressioni di Meloni” la settimana dopo si fida del suo intuito per assumere un direttore commerciale dopo un colloquio di venti minuti.
Qui arriviamo al nodo vero. La superficialità con cui consumi contenuti, validi opinioni, commenti d’impulso e segui guru non è un comportamento isolato confinato allo schermo. È la stessa superficialità con cui — con buona probabilità — valuti un nuovo collaboratore, scegli un fornitore “perché mi ha dato fiducia”, approvi un budget perché “ci siamo capiti al volo”.
I social non sono un’isola separata dalla tua vita professionale. Sono un campo di allenamento permanente per i tuoi processi decisionali. Se ti alleni male lì, deciderai male anche quando in gioco ci sono i tuoi soldi, le tue persone, il tuo tempo.
Quel commento che hai scritto sotto al post su Meloni-Trump mentre eri in fila in posta dice molto di te. Non per il contenuto in sé, ma per il fatto che l’hai scritto senza fermarti. Senza chiederti se ne sapessi abbastanza, se la fonte fosse attendibile, se valesse la pena esporre la tua reputazione professionale su un tema che non padroneggi. Quella stessa rapidità è quella con cui prendi le decisioni difficili in azienda.
Prima di scrivere qualsiasi cosa pubblicamente, un imprenditore che si rispetti dovrebbe rispondersi a tre cose. Primo: questa è una mia competenza reale o sto improvvisando? Secondo: sto aggiungendo valore o sto facendo rumore? Terzo: se domani un cliente importante leggesse questo, lo prenderebbe come segnale di serietà o come bandiera rossa? Le stesse tre domande, applicate al rovescio, andrebbero usate per valutare chi vuoi assumere come consulente.
Si potrebbe pensare che la soluzione sia diffidare di tutti, chiudere LinkedIn, tornare ai giornali di carta. Sarebbe sbagliato. Il cinismo è solo un’altra forma di pigrizia mentale: smettere di pensare delegando il giudizio al sospetto sistematico. Il vero antidoto è metodologico.
Prima di accreditare un’analisi — sul caso Meloni-Trump o su qualunque altro tema — fai quello che faresti con un’azienda che ti propone un contratto da centomila euro: verifica il percorso reale, cerca lavori precedenti documentati, controlla se chi parla ha skin in the game o se commenta soltanto dalla tribuna. Una persona seria lascia tracce verificabili oltre LinkedIn. Un finto esperto lascia solo post.
Questa è la pratica più scomoda e più potente che esista, e coincide con uno degli inviti di Borzacchiello: cercare deliberatamente il contenuto che dice il contrario di ciò che ti piacerebbe leggere. Non per cambiare idea a tutti i costi, ma per costringere il tuo pensiero a fare flessioni invece di restare disteso sulla poltrona del confirmation bias. Se hai trovato dieci post che dicono che Meloni è stata brillante, cercane attivamente cinque che dicono il contrario. E viceversa. Vedrai che la realtà, come sempre, sta in mezzo e ha contorni molto meno netti.
C’è una bolla che pochi stanno guardando: quella della micro-consulenza performata. Negli ultimi cinque anni si è creato un mercato enorme di servizi venduti su LinkedIn da profili senza track record verificabile — coaching, strategy, branding, mindset, analisi geopolitica improvvisata. Il modello ha funzionato finché l’offerta era scarsa e la fiducia residua nei “guru” era alta.
Sta finendo. Tre forze convergono. Primo: il numero di imprenditori scottati da consulenze inutili o dannose ha raggiunto la massa critica del passaparola negativo. Secondo: l’IA generativa ha reso indistinguibile il contenuto da copia-incolla da quello originale, devalutando di colpo l’intera categoria dei “creator di consigli”. Terzo: una nuova generazione di clienti chiede prove, case study tracciabili, ROI documentati — non slide motivazionali né caroselli con frecce rosse.
Chi sopravvivrà non sarà chi posta di più. Sarà chi ha costruito autorevolezza sottraendo: meno post, più sostanza, meno claim, più dimostrazioni. La mappa competitiva del prossimo triennio premierà la specializzazione verticale dimostrabile e punirà brutalmente la genericità motivazionale. Per chi sa fare davvero è un’opportunità storica. Per chi ha costruito tutto sul fumo è una resa dei conti.
Per dieci anni abbiamo vissuto in un mercato in cui la visibilità contava più della competenza. Era più redditizio saper comunicare un’idea mediocre che avere un’idea ottima difficile da spiegare. Quel ciclo si sta chiudendo, e si sta chiudendo proprio perché i finti esperti sui social hanno saturato lo spazio fino al punto in cui distinguere il vero dal falso, a occhio nudo, è diventato impossibile.
Quando il rumore raggiunge questa intensità, il valore torna a chi sa stare in silenzio e produrre risultati verificabili. Il caso Meloni-Trump passerà — come è passato il caso Ferragni, come passeranno i prossimi cento. Il post di Borzacchiello che ha innescato questa riflessione passerà a sua volta nello scroll infinito. Ma il modo in cui abbiamo metabolizzato tutto questo resta: è il muscolo decisionale con cui domani approverai un investimento, firmerai un contratto, sceglierai una persona. Forse è il momento di chiederci da che parte vogliamo stare nei prossimi cinque anni: tra quelli che cercano di apparire, o tra quelli che fanno la fatica di esserlo davvero. Una scelta che non si fa una volta sola. Si fa ogni volta che il pollice esita sopra il pulsante “pubblica”.