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C’è una scena che si ripete ovunque: un ragazzo davanti a uno schermo, dieci finestre aperte, un dito che scorre, notifiche che arrivano come zanzare in camera da letto. Sembra normale. Anzi: sembra “efficiente”. Eppure, sotto quella normalità, si sta accumulando un debito invisibile.
Negli ultimi mesi il tema è esploso anche a livello politico negli Stati Uniti. A gennaio 2026 il Senato (Commissione Commercio, Scienza e Trasporti) ha dedicato un’audizione all’impatto della tecnologia sui giovani (“Plugged Out”). Tra i testimoni c’era il neuroscienziato ed educatore Jared Cooney Horvath. Nel testo depositato al Senato, Horvath sostiene che, in molte aree del mondo sviluppato, negli ultimi due decenni lo sviluppo cognitivo “si è fermato e, in molti domini, si è invertito”: alfabetizzazione, numeracy, attenzione, ragionamento. E punta il dito su una trasformazione strutturale: l’espansione rapidissima e poco regolata dei dispositivi digitali e dell’EdTech a scuola.
La discussione pubblica (New York Post e altri media) ha poi estremizzato il messaggio con un’etichetta facile: “Gen-Z prima generazione moderna a fare peggio della precedente”. È una frase che buca lo schermo, ma va maneggiata con cura: “Generazioni” e “test” non sono un esperimento controllato in laboratorio. Detto questo: i segnali di un calo di performance in lettura e matematica, e di una fragilità crescente dell’attenzione, non sono fantasia moralista. Sono una tendenza che emerge da più indicatori in paesi diversi — e non nasce tutta col Covid.
Il punto vero, per un magazine che vuole essere guida per professionisti e imprese, non è fare la guerra ai ragazzi. È capire una cosa molto più scomoda: se l’ambiente premia distrazione, velocità e frammentazione, poi non puoi sorprenderti se calano comprensione profonda, memoria e tenuta mentale. E questo, nel lavoro, ha un costo immediato.
Partiamo dai fondamentali: leggere, capire, ragionare, fare calcoli, risolvere problemi.
Nel report PISA 2022 (OCSE), i risultati sono stati definiti “senza precedenti”: nei paesi OCSE la performance media è scesa di circa 15 punti in matematica e 10 punti in lettura rispetto al ciclo precedente. E l’OCSE sottolinea un elemento che spesso viene ignorato nei dibattiti da talk-show: i trend in lettura (e in parte in scienze) mostravano segnali di declino già prima del 2020.
Negli Stati Uniti, il quadro NAEP (“The Nation’s Report Card”) racconta una storia simile: cali marcati dopo la pandemia, sì, ma con una fragilità della lettura che era iniziata anni prima e che nel 2024 non è rientrata — anzi, in lettura si è ulteriormente deteriorata rispetto al 2022.
Questo non significa che “i giovani sono più stupidi”. Significa che stiamo producendo meno competenza di base: comprensione del testo, ragionamento quantitativo, capacità di stare su un compito. E senza queste fondamenta, tutto il resto — creatività, leadership, problem solving “alto” — diventa teatro.
Qui arriva la parte intellettualmente onesta: quando cambiano i punteggi medi in grandi popolazioni, quasi sempre non stai guardando un gene che si è rotto. Stai guardando un ambiente che è cambiato.
Un lavoro pubblicato su PNAS (Bratsberg & Rogeberg) mostra che l’aumento storico dei punteggi (il cosiddetto Flynn effect) e la sua inversione recente in alcuni contesti sono spiegabili da fattori ambientali, non genetici: la variazione si osserva persino “dentro” le famiglie, tra fratelli.
Questo è un punto cruciale anche per chi fa impresa: se è ambiente, allora è gestibile. Ma devi accettare che l’ambiente digitale moderno non è neutro. È progettato.
Qui Horvath, nella sua testimonianza, fa un’operazione che molti evitano: collega la trasformazione della scuola e della vita quotidiana a un effetto sistemico su apprendimento e attenzione. Non dice “basta tecnologia”; dice: l’adozione indiscriminata, senza prove indipendenti di efficacia e senza salvaguardie, rischia di indebolire l’apprendimento.
E porta elementi specifici che non sono semplici opinioni:
Ora, portiamola fuori dall’aula e dentro la vita reale: se passi anni a consumare contenuti rapidi, spezzettati, iper-stimolanti, ti alleni a essere bravo… a cambiare. Non a restare. E quando poi devi leggere un contratto, studiare un manuale, costruire una strategia, ragionare su un bilancio, negoziare un deal complesso — senti una specie di “prurito mentale”. Non sei incapace. Sei disabituato.
Succede anche agli adulti, per inciso. Solo che i ragazzi ci crescono dentro, quindi l’effetto è più profondo.

Se vogliamo essere feroci e imparziali, dobbiamo dirlo chiaro: il problema non è lo schermo. È il modello di business attaccato allo schermo. L’attenzione è monetizzata. Ogni piattaforma combatte per aumentare tempo di permanenza, frequenza di apertura, reattività emotiva. E questo plasma un cervello che vive di micro-ricompense.
Quando quel cervello entra in azienda, porta tre conseguenze tipiche:
Non è un attacco alla Gen-Z. È un attacco al contesto che abbiamo normalizzato — spesso per comodità, spesso per marketing, spesso perché “così fan tutti”.
Se i fondamentali cognitivi scendono, l’impatto nel business è diretto.
E qui arriva la parte che molti non vogliono sentire: non puoi pretendere performance profonde in un ambiente che incoraggia superficialità costante. Se la tua azienda è una fabbrica di notifiche interne, chat infinite, “urgente” come linguaggio standard, stai facendo a te stesso ciò che imputi agli schermi.
La risposta non è nostalgia (“ai miei tempi”). È design.
Per chi guida un team — anche piccolo — ci sono cinque mosse concrete e altamente pragmatiche:
L’idea che una generazione sia “dumber” è una provocazione mediatica. La realtà è più utile e più severa: stiamo crescendo persone in un ambiente che addestra alla reattività, non alla padronanza. Poi chiediamo padronanza.
Se sei un imprenditore o un libero professionista, questo tema non è sociologia: è strategia competitiva. Nei prossimi anni vincerà chi saprà costruire — per sé e per i propri team — un vantaggio rarissimo: la capacità di concentrarsi, capire davvero, ricordare, collegare, decidere.
La buona notizia è che non serve magia. Serve scelta. Serve progettare un ambiente che non divori attenzione.
E se vuoi una domanda semplice per chiudere l’articolo e aprire un dibattito vero, eccola: la tua giornata ti rende più lucido o più frammentato? Perché la risposta, oggi, è un indicatore di futuro più affidabile di molte previsioni di mercato.
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