Ci sono esperienze che attraversano la vita senza che si riesca immediatamente a comprenderne il significato. Soltanto dopo, guardandosi indietro, si scopre che esisteva un filo capace di unirle. Per Stefano Giordano, quel filo è stato, e continua a essere, la cura.
La sua storia comincia nel 1997, anno in cui entra nei Vigili del Fuoco: un lavoro amato profondamente che lo ha formato professionalmente e umanamente, portandolo negli anni a incontrare da vicino gli angoli più difficili della vita.
L’emergenza mette le persone di fronte alla realtà senza filtri. Nel corso della sua carriera, Stefano Giordano ha incrociato la paura, la perdita e la sofferenza, ma anche la straordinaria capacità degli esseri umani di aiutarsi e di ricominciare. Ha vissuto professionalmente momenti che hanno segnato profondamente la sua città, Genova, dal crollo della Torre Piloti alle alluvioni, fino alla tragedia del Ponte Morandi.
A questa esperienza si sono aggiunti negli anni l’impegno sindacale e successivamente quello politico e istituzionale. Percorsi differenti, ma accomunati dall’incontro con le persone, con le loro necessità, con le disuguaglianze e con quelle fragilità che troppo spesso rimangono ai margini dello sguardo comune.
Da questo vissuto è maturata una convinzione profonda: le società migliori sono quelle capaci di guardare dove c’è maggiore sofferenza. È proprio lì che una comunità dimostra quanto sia capace di essere realmente umana.
Il percorso professionale, sociale e umano di Stefano aveva già insegnato molto sul significato dell’aiuto, della vicinanza e dell’emergenza. Poi, però, la fragilità è entrata direttamente tra le mura domestiche.
Dopo la scomparsa del padre nel 1998, il rapporto con la madre, Adele, si era fatto ancora più profondo. Essendo stati vicini di casa e avendo condiviso lo stesso tetto in diversi periodi, la sua presenza era diventata un punto di riferimento fondamentale per lui, per la sua famiglia e per sua figlia Virginia.
Poi sono arrivate la demenza e l’Alzheimer. Giorno dopo giorno, Stefano ha vissuto quella trasformazione che tante famiglie conoscono e che, finché non le attraversa personalmente, è difficile comprendere fino in fondo.
“Da bambino cadevo e mia madre mi rialzava. Curava le ginocchia, mi prendeva per mano e mi insegnava nuovamente a camminare. Poi, lentamente, i ruoli si sono capovolti. Il figlio ha cominciato a prendersi cura della propria madre e la madre ha cominciato ad affidarsi al proprio figlio.”
Tornando a casa la sera, alzando gli occhi alla finestra per vedere la madre che lo aspettava, l’autore ha spesso pensato a se stesso come a una macchina elettrica che, dopo una lunga giornata, torna alla propria base per ricaricarsi. Quella ricarica era lei.
La malattia toglie molto: autonomia, ricordi, parole e riferimenti. Eppure, in quel percorso, si scopre anche che, mentre qualcosa lentamente scompare, rimane una comunicazione essenziale fatta di presenza, gesti, sguardi, silenzi e mani che continuano a cercarsi, mano nella mano, fino all’ultimo passaggio.
Negli ultimi giorni, Adele ha lasciato al figlio due frasi rimaste impresse nel profondo: la preoccupazione di non sapere come avrebbe fatto a vivere senza di lui, e poi, in un momento di lucidità, lo sguardo fisso negli occhi per dirgli che non voleva morire e che avrebbe voluto stare per sempre insieme a lui.
Quando Adele se n’è andata, il dolore è diventato fisico, al punto da togliere il respiro. Ed è stato allora che sono arrivate le parole. Senza aver programmato di scrivere poesie o un romanzo, spinto dal consiglio di una cara amica che gli aveva suggerito di comprare un quaderno e una matita, Stefano ha cominciato a scrivere.
Per molte notti si è svegliato intorno alle quattro del mattino per annotare pensieri, immagini, ricordi. Da quei testi, più di un centinaio, è nato il libro MÀ – Canto dell’anima (pubblicato con la casa editrice Erga).
Ognuno di noi custodisce dentro la propria anima un cassetto nascosto, spesso impolverato. La fretta e la corsa quotidiana inducono a lasciarlo chiuso per paura di ciò che vi si potrebbe trovare dentro. Aprendolo, però, si scopre che i ricordi delle persone amate non contengono soltanto il dolore dell’assenza, ma tutto ciò che hanno donato e ciò che siamo diventati grazie a loro.
Proprio per questo motivo, all’inizio di MÀ sono state inserite delle pagine vuote: uno spazio che precede le parole dell’autore, pensato per rimanere vuoto o per essere riempito dal lettore con un pensiero, una poesia, una canzone o un ricordo, così che prima di entrare nella storia di Adele e di suo figlio, ciascuno possa incontrare la propria.
Oggi il libro sta camminando con le proprie gambe, entrando in punta di piedi in realtà che ogni giorno affrontano la malattia, l’invecchiamento e la perdita dell’autonomia. Stefano Giordano porta avanti percorsi importanti insieme ad AFMA (Associazione Famiglie Malati di Alzheimer) e a Socrem, oltre ad avvicinarsi alle RSA e ai luoghi in cui gli anziani vengono assistiti.
Da questa esperienza emerge una consapevolezza fondamentale: quando si parla di cura, non si può guardare soltanto alla persona malata. Intorno ad essa c’è un mondo fatto di figli, coniugi, fratelli e nipoti; persone che amano e che, proprio per questo, conoscono stanchezza, paura, disorientamento e solitudine. Chi accompagna ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato.
Il libro non vuole spiegare come si affronta un lutto e non pretende di offrire risposte alla malattia o alla morte: il suo obiettivo è accompagnare, offrendo strumenti di condivisione e confronto per comprendere cosa significhi stare accanto a una persona nella parte più fragile della sua vita.
Prima o poi, la maggior parte delle persone incontra quel confine, prendendo per mano qualcuno che ama o lasciandosi prendere la propria. È una delle esperienze più universali e intime dell’essere umano.
Il cammino iniziato accanto alla madre può oggi incontrare quello di altre persone e famiglie, chiudendo idealmente il cerchio della cura. Un ringraziamento speciale va alla casa editrice Erga, che ha saputo cogliere il senso più profondo di questo percorso.
L’auspicio per MÀ – Canto dell’anima è che possa entrare nelle case, nelle RSA e nelle associazioni senza fare rumore e senza pretendere di insegnare nulla:
In punta di piedi.
Sedendosi accanto a chi sta attraversando un momento difficile.
Ascoltando.
Prendendo una mano, quando serve.
Perché nel corso del cammino si impara che non sempre si ha bisogno di qualcuno che indichi la strada, ma a volte serve semplicemente qualcuno che cammini insieme a noi.
A cura di Giusy M.Luisa Spampinato