Nel 1582 Venezia accoglieva Enrico III di Valois con fuochi, cortei, banchetti. La città si trasformava in palcoscenico, sì, ma il popolo ne era protagonista. Oggi, 2025, Jeff Bezos si sposa in Laguna. E Venezia, ancora una volta, si prepara a mettere in scena il potere. Ma il contesto è mutato. Radicalmente.
Ecco la domanda che ci riguarda tutti — imprenditori, cittadini, professionisti: è questa un’opportunità o un pericoloso precedente?
Jeff Bezos porta con sé un corteo di 250 vip, una donazione da un milione di euro a Corila, un esercito di forze private per gestire sicurezza e logistica, una copertura mediatica globale. Tutto perfettamente coerente con una logica da brand experience deluxe.
Per chi lavora con la comunicazione e il marketing, l’evento è una lezione viva di branding:
È storytelling. È posizionamento. È un’operazione strategica. Ma attenzione: un brand non è solo ciò che comunica, è ciò che legittima. E qui si apre il conflitto.
Venezia non è una location. È una città. Una comunità viva. Un patrimonio fragile. Il punto non è solo che il centro venga “chiuso” per un matrimonio. Il punto è che questa esclusione si somma a un’esclusione più lenta e silenziosa: la progressiva desertificazione sociale, lo spopolamento, l’overtourism, il turismo predatorio che trasforma i luoghi in sfondi.
In questa logica:
Chi fa business deve porsi una domanda: che modello di impatto stiamo alimentando?
Da imprenditore non mi scandalizza il fatto che Bezos si sposi a Venezia. Anzi. Se la città avesse una governance strategica, potrebbe capitalizzare al massimo questo evento — investendo in tutela, in accessibilità, in sviluppo intelligente. Il problema è che stiamo monetizzando la rendita senza progettare il futuro.
E questo vale anche per noi, nel nostro piccolo. Ogni volta che scegliamo visibilità senza valore, ogni volta che edulcoriamo la realtà per sembrare più “instagrammabili”, stiamo costruendo sulla sabbia.
C’è un’altra riflessione da fare: chi detiene il potere oggi — non più solo monarchi, ma tech tycoon e media company — sta riscrivendo i rituali sociali, privatizzando anche l’immaginario.
Se Venezia diventa uno sfondo per l’élite globale, cosa resta della Venezia vera? Se il privilegio di pochi spegne il diritto alla bellezza dei molti, stiamo assistendo a una forma di colonizzazione culturale soft. Raffinata. Lucidissima. Ma pur sempre una colonizzazione.
Chi vive di comunicazione, chi guida aziende, chi lavora con le persone, ha una responsabilità narrativa: smettere di essere spettatore e iniziare a costruire contesti. Il matrimonio di Bezos è uno specchio. Non solo per Venezia, ma per tutti noi.
Vogliamo diventare aziende, professionisti, città capaci di farsi usare per brillare altrui?
Oppure vogliamo riscrivere la mappa del valore, dove l’unicità non si compra a suon di milioni, ma si protegge, si custodisce, si condivide?
Non esiste una risposta univoca. Ma esiste un punto fermo: se vendi tutto ciò che ti rende unico, alla fine non vali più niente.
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