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L’inganno del “Green” e il bluff dell’Intelligenza Artificiale: chi disegnerà il nostro futuro? Ne parliamo con l’architetto Pierpaolo Borroni  


L’inganno del “Green” e il bluff dell’Intelligenza Artificiale: chi disegnerà il nostro futuro? Ne parliamo con l’architetto Pierpaolo Borroni   Immagine

Pierpaolo Borroni, architetto laureato al Politecnico di Milano nel 1995, esercita la libera professione dal 1998 nel proprio studio di Saronno, occupandosi di progettazione residenziale, commerciale e di spazi professionali. Esperto in tutela ambientale e certificazione energetica degli edifici, integra nella propria attività formazione continua, attenzione alla sostenibilità e competenze specialistiche nel campo delle resine decorative.

Tra Intelligenza Artificiale e sostenibilità: quando gli strumenti rischiano di sostituirsi al progetto

Negli ultimi anni, due concetti hanno letteralmente monopolizzato il dibattito pubblico e privato nel mondo dell’architettura: l’Intelligenza Artificiale e la Sostenibilità ambientale.

Vengono presentate ovunque — nei congressi, nelle università, nelle campagne pubblicitarie dei grandi sviluppatori immobiliari — come le risposte definitive e universali a ogni nostra crisi economica e climatica.

Ma se stessimo commettendo un errore sistematico? Il rischio reale, oggi, è quello di scambiare gli strumenti per i progettisti e il marketing per la realtà, dimenticando che un progetto non è la somma algebrica di dati e certificazioni, ma una risposta complessa ai bisogni umani.

Il rendering non è un progetto e l’efficienza non è architettura

È inutile nascondersi dietro un finto luddismo: l’Intelligenza Artificiale sta cambiando radicalmente il lavoro quotidiano degli studi di progettazione.

Piattaforme di IA generativa, algoritmi predittivi e software di ottimizzazione permettono oggi di elaborare concept complessi in pochi secondi, sfornare rendering fotorealistici premendo un tasto, analizzare flussi d’illuminazione e calcolare i costi strutturali in tempo reale.

Per uno studio d’architettura, questo si traduce in un vantaggio competitivo enorme in termini di velocità, abbattimento dei costi interni e riduzione degli errori di calcolo.

Tuttavia, c’è un bluff di fondo che i professionisti e i clienti devono iniziare a riconoscere: un algoritmo impara dal passato, replica pattern esistenti e ottimizza variabili geometriche, ma non ha mai camminato in un quartiere.

Non conosce il modo in cui la luce taglia quel vicolo specifico alle quattro del pomeriggio, non capisce la memoria storica di una pietra, né la stratificazione sociale di una comunità. Ma soprattutto, la macchina non proverà mai empatia per la famiglia che abiterà quegli spazi per i prossimi trent’anni.

L’AI può calcolare dati, ma non genera emozioni. Un progetto architettonico è un atto di responsabilità politica e civile; richiede intuizione, cultura visiva, mediazione con il cliente e comprensione del contesto umano.

Se l’architetto, per pigra comodità, abdica alla propria capacità critica e delega le scelte spaziali ai suggerimenti di un software, smette di essere un progettista e si trasforma in un passacarte tecnologico. L’AI è un assistente formidabile, ma i calcoli senza visione producono solo scatole funzionali uguali in tutto il mondo, prive di identità.

Il lato oscuro del “Green”: quando la transizione diventa greenwashing

Il secondo grande inganno contemporaneo riguarda la sostenibilità, una parola svuotata di significato da una narrazione puramente commerciale.

Oggi, nel mercato immobiliare, basta applicare un cappotto termico, installare una fila di pannelli fotovoltaici o — peggio ancora — disegnare una cascata di alberi su un balcone per gridare al miracolo ecologico e raddoppiare il prezzo al metro quadro. Questo non è progresso; è una moda di facciata.

Se usiamo lo strumento dell’LCA (Life Cycle Assessment), ovvero l’analisi scientifica dell’impatto ambientale di un edificio nell’intero suo ciclo di vita, la realtà che emerge è ben diversa dalle brochure di vendita.

Gli studi del settore dimostrano che la demolizione di un vecchio immobile e la costruzione di uno nuovo in massima classe energetica generano un picco di embodied carbon (il carbonio incorporato nella produzione, trasporto e posa dei nuovi materiali, anche se definiti ecologici) così elevato che possono servire dai 10 agli 80 anni di funzionamento impeccabile del nuovo edificio solo per pareggiare il bilancio ambientale rispetto a un restauro conservativo e intelligente della struttura preesistente.

La vera sostenibilità, specialmente in un Paese come l’Italia che possiede un patrimonio storico ed edilizio immenso, non si fa cementificando il nuovo o importando materiali “bio” da cinquemila chilometri di distanza. Si fa recuperando l’esistente, ottimizzando i sistemi passivi tradizionali (come l’orientamento, la ventilazione naturale e l’inerzia termica delle murature pesanti) e trovando un equilibrio reale tra ecologia, economia e qualità della vita. Tutto il resto è marketing di transizione.

La sfida generazionale: dominare la tecnologia senza farsi sostituire

Il mercato attuale si trova di fronte a una spaccatura netta. Da un latoci sono i professionisti under 40, nativi digitali che rischiano di appiattirsi sulla velocità dei software, delegando la qualità spaziale e formale alla rapidità di un prompt di testo.

Dall’altro lato ci sono i professionisti senior, protetti dalla loro esperienza ma spesso arroccati in una diffidenza nostalgica verso l’innovazione, spaventati da strumenti che non comprendono a fondo. Sbagliano entrambi.

La figura dell’architetto oggi non è mai stata così centrale, a patto che accetti di evolversi. Il valore insostituibile del professionista umano non risiede nella capacità di calcolo o nella velocità esecutiva — campi in cui la macchina vincerà sempre — ma nella capacità di sintesi critica.

L’architetto è l’unico regista in grado di far dialogare esigenze antitetiche: l’estetica con il budget, la sicurezza con la normativa, la sostenibilità reale con il benessere psicofisico delle persone che useranno quello spazio.

L’innovazione non va temuta, va governata con fermezza. Le macchine correranno sempre più veloci, ma la regia del futuro appartiene alla sensibilità e al pensiero critico umano.

Perché progettare non significa semplicemente riempire un lotto di terreno con forme geometriche efficienti o rendering d’effetto; significa creare luoghi in cui le comunità possano vivere meglio, oggi e nelle generazioni a venire. E per fare questo, non basta un ottimo algoritmo: serve ancora una mente umana lucida, etica e coraggiosa.

A cura di Marzia Lazzerini


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