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Marco Becucci: intelligenza artificiale e nuove frontiere del coaching


Marco Becucci: intelligenza artificiale e nuove frontiere del coaching Immagine

Intervistato ai microfoni di Storytime – Evoluzione Radio, Marco Becucci – Business Coach, approfondisce il rapporto sempre più stretto tra intelligenza artificiale, coaching, leadership e processi decisionali, evidenziando come l’AI stia modificando il modo in cui le persone riflettono, si confrontano e affrontano le proprie scelte.

Secondo Becucci, l’intelligenza artificiale non rappresenta una sostituzione del coach, ma può diventare un alleato all’interno del percorso di coaching. L’AI permette infatti di recuperare informazioni, formulare domande, confrontare punti di vista, proporre scenari alternativi e mettere in discussione alcune convinzioni. Il coaching, tuttavia, non ha come obiettivo principale quello di fornire risposte, bensì di aiutare la persona a individuare la risposta più coerente con i propri bisogni e con i propri obiettivi.

Più risposte. Quali domande?

“Fino a ieri – ci racconta Marco Becucci -avevamo un problema: non sapevamo abbastanza. Adesso possiamo chiedere a una macchina praticamente qualsiasi cosa. E la macchina, con una certa disinvoltura, ci risponde. Non sempre bene. Non sempre correttamente. Ma abbastanza bene da costringerci a fare i conti con una novità meno spettacolare dei robot che conquistano il mondo: potremmo avere troppe risposte”.

L’intelligenza artificiale sta cambiando le regole del gioco. Può analizzare informazioni, costruire scenari, confrontare alternative, sintetizzare in pochi secondi ciò che richiederebbe ore. Può mostrarci possibilità che non avevamo considerato. È una buona notizia almeno fino a quando qualcuno non deve decidere.

Il problema dell’abbondanza

“Per molto tempo il problema è stato trovare una risposta”. Oggi si può chiedere a una macchina e riceverne dieci. Possiamo chiedere altre dieci alternative. Possiamo confrontarle, modificarle, combinarle.

L’AI allarga il campo. Ma un campo più largo non significa necessariamente una direzione più chiara. Il problema nuovo non è quindi la mancanza di risposte: è il loro eccesso.

Per un manager può significare avere più scenari davanti a una decisione strategica. Per un professionista, più strade possibili per affrontare un cambiamento. Per un’organizzazione, più opzioni da valutare prima di scegliere.

La tecnologia può moltiplicare le alternative. Non può dirci automaticamente quale merita di essere scelta.

Cambia anche il tipo di conversazione che abbiamo con la tecnologia. La domanda non è più soltanto: Che cosa posso fare? Diventa: Che cosa vale la pena fare?

La differenza sembra sottile ma non lo è. La prima domanda riguarda le possibilità. La seconda riguarda l’orientamento.

L’AI può mostrarci strade che non avevamo considerato. Può mettere in discussione una nostra ipotesi. Può proporre un punto di vista inatteso. Può persino contraddirci. Può aiutarci a vedere di più. Ma vedere di più non significa necessariamente vedere meglio.

Tra una possibilità e una scelta c’è uno spazio che non può essere riempito semplicemente con altre informazioni. È lo spazio del giudizio.

Il terzo interlocutore

Per questo l’AI è qualcosa di più di un nuovo strumento: sta diventando un nuovo interlocutore. Non perché abbia una propria esperienza del mondo, ma perché entra nella nostra conversazione e modifica il modo in cui pensiamo.

Le facciamo una domanda. Ci restituisce una risposta. La risposta genera una nuova domanda. E quella domanda può portarci in una direzione che da soli non avremmo esplorato. È un dialogo diverso da quello umano. Ma è pur sempre una forma nuova di confronto con il pensiero.

Ed è qui che emerge una conseguenza importante per chi guida persone, organizza il lavoro o prende decisioni: non basta imparare a fare domande all’AI. Bisogna imparare a interrogare anche le risposte che riceviamo. Una risposta convincente può essere utile o solo bella.

Il valore del coaching

È proprio a questo punto che il coaching diventa interessante. Non come alternativa all’intelligenza artificiale e nemmeno come contrapposizione tra tecnologia e persona. Il coaching si colloca nello spazio che separa le possibilità dalle scelte.

Il coach non interviene per fornire una risposta migliore, ma per aiutare la persona a vedere più chiaramente ciò che sta osservando, a mettere in discussione ciò che sta dando per scontato e a riconoscere ciò che per lei conta davvero.

In un mondo caratterizzato da poche alternative, questo lavoro poteva apparire meno urgente. In una realtà in cui una macchina è in grado di generarne centinaia in pochi secondi, assume invece un valore ancora maggiore.

Il problema, infatti, non è più soltanto avere idee, ma saper distinguere quelle interessanti da quelle importanti, quelle possibili da quelle desiderabili, quelle che possiamo realizzare da quelle che vale davvero la pena realizzare.

La nuova competenza

Forse una delle competenze più importanti nei prossimi anni non sarà quella di sapere più cose dell’intelligenza artificiale, ma di comprendere per che cosa vale la pena utilizzarla.

Per un manager questo significa non delegare all’AI il proprio orientamento, pur affidandole parte dell’analisi. Per un professionista significa utilizzare la tecnologia per ampliare il proprio campo di esplorazione, senza però lasciarle decidere in quale direzione andare. Per chi accompagna le persone, invece, significa ripensare il proprio ruolo in un ambiente nel quale le risposte sono sempre più abbondanti e, proprio per questo, sempre meno rare.

L’intelligenza artificiale può ampliare enormemente ciò che siamo in grado di vedere, confrontare e immaginare. Il lavoro umano comincia però un passo dopo: quando bisogna scegliere, quando bisogna assumersi la responsabilità di quella scelta e quando occorre decidere non soltanto che cosa è possibile, ma anche che cosa vale la pena rendere possibile.

Per anni ci siamo chiesti se le macchine sarebbero diventate abbastanza intelligenti da sostituirci. A questo punto, la domanda potrebbe essere un’altra: saremo abbastanza lucidi da non delegare loro ciò che resta da decidere?

Il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà anche dalla sua capacità di produrre risposte. Il nostro, invece, potrebbe dipendere da qualcosa di meno spettacolare, ma altrettanto importante: sapere quali domande meritano ancora una risposta umana.

 


 

A cura di Marzia Lazzerini

Marco Becucci | LinkedIn

La civetta e il codice | The Owl’s Bytes ( https://bcoachweb.wordpress.com/ )

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