La comprensione del benessere psicologico sta attraversando una fase di profonda trasformazione culturale. Sebbene l’attenzione verso il disagio emotivo sia cresciuta, persistono resistenze, tabù e zone d’ombra che continuano a ostacolare l’accesso tempestivo alle cure. Comprendere i meccanismi del trauma, normalizzare la richiesta d’aiuto e affrontare temi complessi come la prevenzione del suicidio richiede uno sguardo clinico rigoroso, capace al contempo di dialogare con i contesti sociali e culturali.
È questa la prospettiva adottata da Chiara Parma, psicologa e psicoterapeuta attiva con il proprio studio privato a Milano e online. Nel suo percorso professionale collabora stabilmente con lo Studio Tenca Venturi e focalizza la propria pratica clinica sulla traumatologia e sul protocollo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).
Accanto all’attività in studio, Chiara Parma coltiva un costante lavoro di integrazione tra psicologia, cinema, scrittura e arte: collabora con Artup — associazione milanese che favorisce l’inclusione di persone attraversate da sofferenza psichica attraverso percorsi museali condivisi — e ha maturato esperienze nell’ambito della cineterapia con realtà come MediCinema Italia.
Al centro dell’approccio clinico di Chiara Parma c’è l’EMDR, tecnica d’elezione per il trattamento del materiale traumatico basata sulla stimolazione oculare bilaterale alternata.
Il protocollo simula il movimento oculare rapido che si verifica spontaneamente durante la fase REM del sonno, deputata alla riorganizzazione della memoria a lungo termine. Attraverso una stimolazione ritmica guidata dal terapeuta, si attivano alternativamente i due emisferi cerebrali per intervenire quando il cervello resta “bloccato” su un evento avverso del passato. Come spiega la terapeuta, l’obiettivo non è cancellare l’accaduto, ma trasformare radicalmente il modo in cui viene esperito:
Integrazione temporale: il ricordo traumatico cessa di essere una minaccia attuale e viene ricollocato nel passato;
Risoluzione somatica: si attenuano o scompaiono i sintomi fisici reattivi (come tachicardia, nodo alla gola o iperattivazione ansiosa);
Ristrutturazione cognitiva: convinzioni negative radicate (“è colpa mia”, “sono costantemente in pericolo”) lasciano spazio a chiavi di lettura funzionali e realistiche (“è successo, ma ora sono al sicuro”).
Secondo le linee guida della World Health Organization (WHO) e il consenso scientifico internazionale, la psicoterapia non deve essere relegata a strumento di sola gestione della patologia acuta o a supporto farmacologico.
Chiara Parma ribadisce l’importanza di scardinare questo stigma: il percorso terapeutico è innanzitutto uno spazio protetto di autoconsapevolezza, prevenzione e crescita personale, prezioso per gestire i momenti di transizione e crisi che fanno parte della vita di chiunque — come un lutto, una separazione coniugale o periodi di forte stress professionale.
Non è necessario attendere di toccare il fondo: il momento giusto per rivolgersi a un professionista si presenta quando ci si rende conto che le strategie individuali abituali non sono più sufficienti e il disagio inizia a incidere sulla qualità delle relazioni o del lavoro. In questo percorso, il terapeuta funge da guida tecnica e facilitatore, partendo dal presupposto che i pazienti restano sempre i massimi specialisti di se stessi.
In occasione del 10 settembre, Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio promossa dall’OMS sotto lo slogan triennale “Changing the Narrative on Suicide”, Chiara Parma sottolinea come il fenomeno debba essere inquadrato come una complessa problematica di salute pubblica, anziché come un dramma relegato alla sola sfera privata.
Storicamente gravato da giudizi morali o religiosi che hanno etichettato il gesto come “atto egoistico”, il suicidio richiede un profondo cambio di paradigma che metta al centro il dolore psichico della persona.
Contrariamente al diffuso mito secondo cui parlare di suicidio rischierebbe di indurre all’emulazione, la letteratura scientifica conferma l’esatto contrario: affrontare l’argomento in modo accogliente, protetto e privo di sensazionalismo riduce il senso di isolamento, apre spazi di ascolto e incentiva una precoce richiesta d’aiuto.
I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità registrano oltre 720.000 decessi per suicidio ogni anno, configurandosi come la terza causa di morte a livello globale nella fascia giovanile tra i 15 e i 29 anni (con il 73% dei casi concentrato nei Paesi a basso e medio reddito).
Un dato costante riscontrabile a livello globale, europeo e italiano riguarda la discrepanza tra i sessi:
Gli uomini presentano un tasso di mortalità per suicidio fino a 4 volte superiore rispetto alle donne, ricorrendo a metodi a più alta letalità;
Le donne registrano una frequenza significativamente maggiore di tentativi, clinicamente associati a una richiesta disperata di aiuto ed espressione del malessere.
In Italia, i report ISTAT evidenziano tassi storicamente tra i più contenuti d’Europa (circa 6-7 casi ogni 100.000 abitanti, pari a circa 4.000 decessi all’anno), prevalentemente concentrati tra gli anziani ma accompagnati da una crescita preoccupante di richieste d’aiuto tra gli adolescenti. A fungere da fattore protettivo è spesso il modello culturale latino, storicamente più incline alla condivisione affettiva all’interno della famiglia e della comunità.
Un contrasto evidente emerge dal confronto con il Giappone (analizzato nei report OECD), dove Chiara Parma ha recentemente approfondito le dinamiche socioculturali locali: nella società nipponica il tabù non risiede tanto nell’atto del morire — storicamente connesso a concetti morali di onore e responsabilità collettiva —, quanto nell’esternazione del proprio fallimento economico o del disagio psicologico. Questa pressione genera isolamento severo e tassi di mortalità particolarmente elevati tra gli under 30.
Per affrontare il fenomeno su scala sistemica, l’OMS ha sviluppato il pacchetto strategico LIVE LIFE (integrato nel piano d’azione globale esteso al 2030), incentrato su:
Limitazione dell’accesso ai mezzi letali;
Responsabilizzazione dei media e narrazione priva di dettagli operativi;
Sviluppo di competenze emotive nei giovani all’interno delle scuole;
Intervento tempestivo e lavoro di équipe multidisciplinare sul territorio.
Per illustrare il divario nell’assistenza, Chiara Parma propone un parallelo chiaro: un individuo che giunge in pronto soccorso con i sintomi di un infarto cardiaco viene immediatamente preso in carico da un’équipe medica, monitorato e trattato secondo precisi protocolli salvavita. Nessuno penserebbe di rimandarlo a casa.
Il dolore mentale acuto deve ricevere la stessa identica tempestività clinica. La difficoltà principale risiede nel fatto che, mentre una patologia cardiaca è immediatamente visibile attraverso esami clinici, la sofferenza psicologica non è altrettanto tangibile, scontrandosi con un diffuso analfabetismo emotivo. La mancanza di percorsi educativi all’affettività e alla gestione delle emozioni rende necessario rafforzare i presidi territoriali affinché la sofferenza psichica venga equiparata a qualsiasi altra emergenza medica.
Nel dibattito contemporaneo si riscontra spesso una sovrapposizione fuorviante tra percorsi di fine vita e condotte suicidarie. Come evidenzia Chiara Parma, le due condizioni si collocano su piani clinici ed etici distinti:
Il fine vita: riguarda pazienti affetti da patologie organiche croniche, irreversibili e giunte a uno stadio terminale, chiamando in causa il diritto individuale all’autodeterminazione e a una morte priva di sofferenze inutili;
Il suicidio: è l’esito di un dolore psicologico intollerabile che cerca disperatamente di essere fermato. Il paziente a rischio suicidario non desidera la fine della propria esistenza in senso biologico, bensì l’interruzione di un tormento interiore percepito come infinito.
Trattandosi di uno stato di disperazione clinica curabile e reversibile mediante adeguati interventi multidisciplinari, confondere questi due concetti rischia di far passare il messaggio errato che il dolore psicologico sia incurabile.
A riprova di come il valore attribuito alla morte sia correlato ai significati culturali, Chiara Parma richiama l’esempio di Seneca: la scelta del filosofo di darsi la morte non nacque da un crollo emotivo o da una psicopatologia, ma rappresentò un atto politico e filosofico di adesione alle leggi dello Stato, trasformato in supremo esempio di rigore stoico.
Questo momento è immortalato nei bassorilievi in gesso di Antonio Canova che ritraggono Seneca nel congedo dagli affetti, opera approfondita da Chiara Parma durante gli incontri promossi dall’associazione Artup presso le Gallerie d’Italia a Milano. L’iniziativa non si configura come arteterapia tradizionale, bensì come un percorso guidato da psicologi, storici dell’arte e facilitatori per stimolare la riflessione e la verbalizzazione degli stati emotivi attraverso l’arte.
A conclusione della propria riflessione, Chiara Parma suggerisce la lettura del memoriale autobiografico “Svegliami a mezzanotte” di Fuani Marino (Giulio Einaudi Editore).
Nel libro, l’autrice racconta con estrema lucidità la propria esperienza: la diagnosi di disturbo bipolare a trent’anni a seguito di una grave depressione post-partum, il tentativo di suicidio e il percorso di ricostruzione personale. Lontano da toni sensazionalistici o vittimistici, il testo offre un documento di resilienza reale, capace di guidare i lettori verso una profonda comprensione della sofferenza interiore e dimostrando concretamente che la ripartenza, anche dopo la frattura più drammatica, è possibile.
Per approfondire i percorsi di supporto clinico, elaborazione del trauma o per una consulenza specialistica con la dott.ssa Chiara Parma, è possibile contattare i canali dedicati dello studio privato o fare riferimento ai servizi di tutela della salute mentale presenti sul territorio.
Sito web: https://chiaraparma.it/
Instagram: https://www.instagram.com/chiaraparma_psicologa/
A cura di Spampinato Giusy M.Luisa