Esistono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma sembrano voler decifrare il codice segreto della realtà.
È questo il caso di “Acor”, il nuovo thriller edito da GWMAX, che segna il ritorno sulla scena letteraria di un’identità narrativa unica: quella di Gianstefano Mesi. Dietro questo pseudonimo, inteso come un vero e proprio “marchio” creativo, si nascondono le sensibilità di Gianni Bonessi e Stefano Melchiori, due autori che hanno saputo fondere le proprie voci per dare vita a un’opera in cui la suspense si mescola a riflessioni profonde sulla fragilità umana e sul potere delle convinzioni.
La nascita di “Acor” ha il sapore di una fortunata coincidenza. Dopo cinque anni di silenzio, Bonessi e Melchiori si sono ritrovati grazie a una telefonata, scoprendo con stupore di aver iniziato a scrivere un romanzo nello stesso identico momento. Non solo: le due trame a cui stavano lavorando erano due facce della stessa medaglia, speculari e complementari.
Da quella “folgorazione” è scaturito un lungo lavoro di tessitura a quattro mani, condotto con rigore quasi scientifico. Nonostante la distanza fisica, i due autori hanno utilizzato la tecnologia per confrontarsi, leggendo ad alta voce ogni pagina e condividendo lo schermo per limare lo stile. Il risultato è una narrazione che annulla la figura del narratore onnisciente per lasciare spazio esclusivamente al vissuto dei personaggi, seguendo uno sviluppo temporale lineare che immerge il lettore direttamente nella percezione dei protagonisti.

Al centro della vicenda c’è Cora, una studentessa i cui sogni sono così vividi da diventare una dimensione parallela. Proprio nel sogno il suo nome si trasforma nel suo riflesso distorto: Acor. Mentre suo padre raccoglie queste visioni notturne senza sospettare che qualcuno sia disposto a tutto pur di trovarle, altri due personaggi, Laura e Franco, seguono le tracce di un oggetto millenario legato al dio Pan.
L’opera si muove su un confine sottile: quello tra ciò che è vero e ciò che crediamo lo sia. Secondo la visione di Gianstefano Mesi, l’essere umano non agisce sulla base della verità assoluta, ma in virtù delle proprie credenze. In questa prospettiva, il sogno diventa una premonizione, un’elaborazione dell’inconscio che guida l’azione nel mondo reale, proprio come suggerito dalle teorie di Jung citate dagli autori.
Il viaggio di “Acor” è anche un itinerario geografico ed esoterico che parte da Trieste per toccare le principali città del “triangolo della magia bianca” — Torino, Lione e Praga — passando per Milano, Venezia e Padova. Proprio a Padova, il ritratto di un personaggio reale, Aloysius Cornelius Venetus, ha fornito lo spunto storico per intrecciare una rete di simboli che affonda le radici nel passato.
L’attenzione degli autori per il dettaglio emerge anche dalla costruzione fisica del libro: una struttura a “libro nel libro” con font differenti e capitoli brevi, pensati per un ritmo incalzante. Persino la copertina è un enigma da decifrare: i tracciati di pentagramma che la attraversano appartengono a uno spartito di Claude Debussy, noto esoterista, mentre la pupilla raffigurata nasconde un riflesso che solo la lettura saprà svelare.
Sebbene la storia trovi una sua chiusura, Gianstefano Mesi lascia uno spiraglio aperto per il futuro. La curiosità attorno al destino di alcuni personaggi è forte e gli autori non escludono un seguito.
Per ora, “Acor” rimane un invito a guardare oltre la superficie, a riconoscere che, citando Shakespeare, siamo davvero fatti della stessa sostanza dei sogni, anche — e soprattutto — quando crediamo di essere svegli.
A cura di Federica Ragnini