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Inclusione sociale, Ciro Florio ospite a Storytime: quando il make-up diventa protocollo


Inclusione sociale, Ciro Florio ospite a Storytime: quando il make-up diventa protocollo Immagine

Da Telegaribaldi a Cenerentola24: trent’anni a trasformare facce, non solo a truccarle

Nel 1997, su Raiuno, andava in onda Telegaribaldi. Enzo Coppola conduceva. E Ciro Florio, all’epoca giovane scenografo e costumista diplomato al Damse, realizzava le prime trasformazioni 3D in televisione italiana.

Non erano trucchi: erano sculture in lattice schiumato, bassorilievi applicati sul volto, studiati per resistere alle luci e alle ore di ripresa. Un lavoro di artigianato tecnico, nato da genitori entrambi truccatori e parrucchieri, cresciuto tra teatro e prestazioni d’opera occasionale per attori e comparse.

Da quel primo esperimento sono passati quasi trent’anni. Florio ha attraversato tutti i settori dell’immagine: cinema, televisione, opera, moda. Si è occupato di “problemi estetici” — doppio mento, occhi cadenti, pancia, orecchie prominenti — risolvendoli non con il bisturi ma con il pennello.

E ha sempre fatto una cosa che pochi artisti fanno: ha trasformato ogni competenza acquisita in tecnica insegnabile.

“Non c’è settore che non abbiamo toccato negli anni”, dice nell’intervista a Storytime. Ma soprattutto, non c’è tecnica che non abbia cercato di rendere replicabile.

Questa ossessione per il protocollo — il metodo che un altro può eseguire — è il filo rosso che lega il Telegaribaldi del 1997 al Cenerentola24 di oggi, il programma in onda su Real Time (e in Francia, Portogallo, Brasile) dove per 24 ore si modificano corporature, lineamenti, proporzioni.

E dove, per la prima volta in televisione italiana, il make-up non è pittura bidimensionale ma scultura dinamica che cambia davvero l’aspetto di una persona, non tramite filtri digitali ma nella realtà fisica.

Il make-up 3D che cambia il corpo (e la mente)

Il paradosso del lavoro di Florio è questo: ha creato tecniche per l’intrattenimento, e ha scoperto che producevano un effetto terapeutico.

Cenerentola24 è un programma di intrattenimento. Il meccanismo è semplice: una persona con un disagio fisico — gambe troppo grasse, doppio mento, pancia, orecchie che sporgono — viene “trasformata” per 24 ore.

Ride, si guarda allo specchio, partecipa a un evento. Poi torna alla sua vita.

In apparenza, è un gioco televisivo. In pratica, qualcosa di diverso accade.

“Quando non si sentono bene si sentono anche fragili, si sentono anche esclusi, si sentono immarginati”, dice Florio.

Il disagio estetico, in una società filtrata da Instagram, non resta estetico: diventa esclusione sociale. E l’esclusione sociale, specialmente tra i giovani, diventa bersaglio di bullismo.

Florio non usa la parola “terapia”, ma descrive un meccanismo che la psicologia riconosce: la possibilità di vedersi diverso, anche per un giorno, altera il rapporto con il proprio corpo.

“Mi posso provare prima di operarmi come sto”, racconta che dicono i partecipanti.

Il make-up diventa simulazione, e la simulazione diventa empowerment.

La tecnica che ha reso possibile questo effetto si chiama “trucco tridimensionale dinamico”. Non è pittura: è scultura applicata sul corpo, che modifica le proporzioni reali, non quelle fotografiche.

Florio ha investito anni di ricerca per svilupparla.

E qui sta la prima lezione per chi fa impresa: non è la buona intenzione a produrre inclusione, è la competenza tecnica tradotta in metodo.

Senza il protocollo 3D, Cenerentola24 sarebbe un altro programma di trasformazioni digitali. Con il protocollo, è diventato uno strumento che le persone chiedono di replicare fuori dalla televisione — migliaia di appuntamenti, dice Florio, sono arrivati dopo il programma.

Perché il protocollo batte la buona intenzione

Il meccanismo che trasforma una competenza individuale in inclusione strutturale ha tre ingranaggi.

Il primo è la replicabilità.

Una buona intenzione muore con chi l’ha concepita. Un protocollo sopravvive. Quando Florio ha codificato il metodo 3D, ha creato qualcosa che altri make-up artist possono imparare e applicare.

La competenza non è più legata alla sua mano: è diventata infrastruttura.

Il secondo è la misurabilità.

Il partecipante a Cenerentola24 vede il risultato in 24 ore. La donna non vedente che impara l’autotrucco misura il successo nella capacità di applicare correttamente il rossetto senza sporcarsi.

Non ci sono report ESG, non ci sono indicatori di impatto complessi: c’è un test passato o non passato.

Il terzo è il costo opportunità controllato.

Florio non ha abbandonato il lavoro remunerativo per dedicarsi al sociale. Ha usato le competenze sviluppate nel lavoro pagato per costruire il lavoro gratuito.

Il protocollo 3D nato per la televisione è lo stesso che ora serve alle donne non vedenti. L’inclusione non è un costo aggiuntivo: è un derivato della specializzazione.

Questo è il punto che i discorsi istituzionali sull’inclusione sociale tendono a nascondere.

L’inclusione non richiede più risorse: richiede che le risorse esistenti vengano riprogettate. E la riprogettazione richiede un professionista che guardi la propria competenza e chieda:

“Chi altro potrebbe usarla, e cosa deve cambiare perché possa farlo?”

Il corso che gli enti pubblici non sapevano di volere

L’obiezione più solida al modello Florio è questa: funziona perché lui ha la visibilità televisiva.

Un commercialista, un idraulico, un fisioterapista non otterrebbero lo stesso ritorno.

È un’obiezione seria, e va presa sul serio.

I numeri però dicono qualcosa di diverso. Cenerentola24 è stato esportato in quattro paesi. Florio ha ricevuto migliaia di richieste di appuntamento al di fuori del programma.

E quando ha deciso di dedicarsi alle donne non vedenti, non ha dovuto pagare di tasca sua: gli enti pubblici hanno comprato il materiale.

Il Comune di Santa Anastasia ha patrocinato il corso. La biblioteca intitolata a Giancarlo Siani ha ospitato la prima edizione. Progenia, azienda che da anni lavora nel sociale per l’autonomia dei disabili e Rete Cives Campania hanno costruito il progetto insieme a lui.

Questo non è un imprenditore che spende in CSR per migliorare la reputazione.

Questo è un professionista che ha sviluppato un protocollo così robusto che gli enti pubblici lo hanno riconosciuto come investimento, non come beneficenza.

La differenza è sottile ma decisiva: la beneficenza dipende dalla generosità del donatore, il protocollo dipende dalla qualità del metodo.

Gli enti pubblici non finanziano buoni sentimenti: finanziano risultati prevedibili. E un metodo che insegna a una donna non vedente a truccarsi in una o due lezioni, senza sporcarsi, con sicurezza, è un risultato prevedibile.

Florio stesso è esplicito sul punto:

“Non penso di fare il medico, o di scoprire la cosa che servirà all’umanità. Penso di essere un piccolo mantoccino che aiuta l’inclusività.”

Questa umiltà è parte del metodo. Non si propone come salvatore: si propone come tecnico che ha risolto un problema tecnico.

E i tecnici che risolvono problemi concreti trovano sempre qualcuno disposto a pagare per la soluzione.

Cosa succede quando il professionista diventa infrastruttura

Se il modello Florio ha un effetto di secondo ordine, è questo: cambia il ruolo del professionista stesso.

Per decenni, la logica del lavoro specializzato è stata accumulare competenze che nessun altro ha. Più sei irreplicabile, più vali.

Florio ha seguito la strada opposta: ha reso le sue competenze replicabili, e questo non ha diminuito il suo valore: lo ha moltiplicato.

Quando una competenza diventa protocollo, il professionista smette di essere il collo di bottiglia e diventa la piattaforma.

Questo è il confine che molti titolari di micro-impresa stanno attraversando, spesso senza saperlo.

Il commercialista che automatizza la dichiarazione dei clienti più semplici. Il falegname che progetta un sistema di montaggio che il cliente può eseguire da solo. Il formatore che trasforma la propria esperienza in un manuale operativo.

Non stanno semplicemente “scalando”: stanno cambiando natura, da prestatori di servizio a costruttori di infrastrutture.

L’inclusione sociale, vista da questa angolazione, non è un costo esterno da aggiungere al bilancio. È un indicatore della qualità del protocollo.

Se il tuo metodo è così robusto che può essere insegnato a una persona con disabilità visiva, è robusto abbastanza per essere insegnato a chiunque.

L’inclusione diventa test di qualità.

Nel settembre 2026, alla Biblioteca Giancarlo Siani di Santa Anastasia, è iniziato il primo corso di autotrucco per donne non vedenti.

Gratuito. Con materiale pubblico. Con un metodo che richiede una o due lezioni, non una vita di addestramento.

Ciro Florio non ci guadagna in denaro. Ma ha costruito qualcosa che sopravviverà alla sua carriera televisiva, e probabilmente alla sua carriera professionale.

La domanda che resta aperta non è se l’inclusione sociale paghi.

È se il tuo lavoro è abbastanza ben fatto da poter essere insegnato a chi non può vederti fare.

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