Tra il 2021 e il 2025 sono rientrati in Italia 129.362 giovani tra i 18 e i 39 anni. Il dato è del Focus “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze” della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, pubblicato a metà settembre 2026, e descrive un movimento che accelera: ogni 100 espatri, i rientri erano 26 nel quinquennio 2011-2015, 31 in quello successivo, 40 nell’ultimo. La stampa lo ha raccontato come un’inversione della fuga dei cervelli, cioè come una buona notizia senza riserve.
Per chi assume, la riserva c’è, ed è precisa. Una parte crescente di questi rientrati accetta stipendi lordi italiani perché il netto è gonfiato da un’esenzione fiscale che dura cinque anni. La tesi di questo pezzo: il titolare che assume un impatriato senza pianificare oggi il costo del sesto anno lo perderà entro dodici mesi dalla scadenza del beneficio — non verso Berlino, ma verso il datore più strutturato a trenta chilometri dal suo capannone.
Il profilo medio che emerge dal Focus è riconoscibile: 29,6 anni all’atto del rientro, un periodo di formazione o di lavoro all’estero alle spalle, quindi tra i quattro e i sette anni di esperienza fuori. Non è un flusso concentrato su Milano: il Sud raccoglie il 31,7% dei rientri, un dato che ha sorpreso gli stessi estensori dello studio. Significa che il fenomeno tocca anche i bacini di reclutamento delle imprese di provincia, non solo le multinazionali metropolitane.
È un cambiamento concreto nelle selezioni. Il titolare di una PMI meccanica o di una società di servizi tecnici del Nord-Est, che per un decennio ha visto candidature locali sempre più povere, comincia a trovare nel mucchio un curriculum con quattro anni a Rotterdam o a Stoccarda. Profilo giovane, lingue vere, metodo di lavoro assorbito in organizzazioni più strutturate della sua. La tentazione è leggerlo come un colpo di fortuna e chiudere in fretta.
Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, ha accompagnato il Focus con un’avvertenza passata quasi inosservata: la sfida non è favorire il ritorno, è renderlo duraturo. È l’unica frase del comunicato che riguarda direttamente chi assume. Perché la domanda operativa non è perché queste persone tornano. È con quale numero in testa tornano — e chi glielo sta pagando.
Qui sta il paradosso che il racconto celebrativo non affronta. I rientri accelerano in un Paese in cui la retribuzione resta il punto debole riconosciuto: lo stesso materiale dei Consulenti del Lavoro indica il gap salariale come il principale ostacolo alla stabilità dei rientri, e i confronti OCSE collocano da anni l’Italia in coda ai grandi Paesi per dinamica dei salari reali. Due fatti veri contemporaneamente: i giovani qualificati tornano di più, e l’Italia continua a pagarli sensibilmente meno dei mercati da cui provengono.
Un ventinovenne che ha lavorato quattro anni in Germania o nei Paesi Bassi non ha un’opinione sui salari esteri: ha un benchmark. Ha visto la propria busta paga, quella dei colleghi, le offerte dei recruiter. Quando si siede davanti a un titolare veneto o lombardo che gli propone una RAL da 42.000 euro, sa esattamente quanto sta lasciando sul tavolo in lordo. Eppure firma. E non firma per disperazione: torna in un mercato che, per il suo profilo, è in domanda cronica.
La spiegazione ovvia — accetta perché la vita in Italia costa meno — regge solo in parte, perché il divario retributivo con il Nord Europa supera quasi ovunque il divario di costo della vita, almeno fuori da Milano. La conciliazione vera avviene su un’altra riga della busta paga: quella delle ritenute. Nella trattativa tra il titolare e il rimpatriato siede un terzo attore che nessuno dei due nomina, e che copre la differenza.
Il terzo attore è il regime dei lavoratori impatriati, riscritto dal D.lgs. 209/2023 per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dal 2024. Il meccanismo: il 50% del reddito da lavoro dipendente o autonomo è esente da IRPEF, fino a 600.000 euro l’anno, per cinque periodi d’imposta; l’esenzione sale al 60% con un figlio minorenne. Le condizioni principali sono tre anni di residenza estera prima del rientro, requisiti di elevata qualificazione e l’impegno a restare in Italia almeno quattro anni. Su una RAL di 45.000 euro, l’ordine di grandezza del vantaggio è di alcune centinaia di euro netti al mese — una stima prudente, il valore esatto dipende da addizionali e detrazioni.
Questo cambia la natura dell’assunzione, anche se il contratto non lo dice. Il titolare offre un lordo da mercato locale; il candidato confronta il netto risultante con il netto estero e trova un divario accettabile; l’accordo si chiude. Ma il netto che ha chiuso l’accordo non lo produce l’azienda: lo produce un’esenzione con una data di scadenza stampata sopra. È uno stipendio in prestito: per cinque anni la competitività retributiva la finanzia lo Stato, dal sesto tocca al datore.
Al sesto anno, a parità di lordo, il netto del dipendente cade di colpo. Per riportarlo dov’era, l’azienda deve concedere un aumento lordo a due cifre percentuali — su un ruolo che nel frattempo, con ogni probabilità, è diventato chiave. Chi non ha messo quella cifra a budget cinque anni prima si trova a negoziare da fermo, contro un dipendente che conosce la scadenza dal giorno in cui ha firmato. Il suo commercialista gliel’ha segnata in agenda; il titolare, spesso, non sa nemmeno in che anno del beneficio si trovi.
L’obiezione più solida alla tesi è documentata dagli stessi Consulenti del Lavoro: in una loro indagine sui giovani espatriati, solo il 26,5% indicava la mancanza di lavoro in Italia come motivo principale della partenza. Si parte — e soprattutto si torna — per ragioni che il fisco non misura: genitori che invecchiano, figli da crescere vicino ai nonni, una casa di famiglia. Chi rientra per questo, dice l’obiezione, non riparte al sesto anno per qualche centinaio di euro netti: il radicamento vale più dello scalone fiscale.
L’obiezione è vera, e va presa sul serio fino in fondo, perché è proprio lì che si rompe. Il radicamento vincola il rimpatriato alla geografia, non all’azienda. Il trentacinquenne con mutuo a Treviso e figli alla materna non tornerà a Stoccarda; ma non ha alcun bisogno di tornarci. Gli basta rispondere alla multinazionale di componentistica a venti minuti d’auto, o alla società di consulenza che assume da remoto, che possono assorbire l’aumento senza toccare i propri equilibri. Il concorrente del titolare di PMI, al sesto anno, non è l’estero: è il datore più grande della sua stessa provincia, che ringrazia per i cinque anni di formazione sul campo.
Il radicamento, in altre parole, protegge il territorio, non il singolo datore. Resta un caso in cui l’obiezione vince davvero: l’azienda che nel frattempo ha dato al rientrato responsabilità, autonomia e prospettiva reale di crescita ha costruito un legame che sopravvive allo scalone. Ma quella, appunto, è una scelta fatta negli anni del prestito — non al momento del conto.
Ragioniamo su cosa accade quando il fenomeno diventa visibile a tutti. Le coorti rientrate tra il 2021 e il 2025 — i 129 mila del Focus, più i rientri che proseguono — usciranno dai rispettivi benefici in una finestra concentrata, grosso modo tra il 2026 e il 2030. Chi è rientrato con il vecchio regime, che esentava il 70% del reddito e fino al 90% al Sud, affronterà uno scalone ancora più ripido di chi rientra oggi. Il mercato del lavoro qualificato di provincia si troverà, negli stessi anni, una massa di trentacinquenni con aspettative nette formate dal beneficio e contratti fermi al lordo di cinque anni prima.
Chi vince: le imprese strutturate con funzioni HR che sanno leggere una busta paga altrui, e che nei prossimi anni potranno reclutare professionisti già formati e già radicati, offrendo semplicemente il lordo che riporta il netto al livello perduto. Chi perde: la PMI che ha costruito un ruolo critico — l’export manager, il responsabile tecnico — sopra un netto sussidiato, senza percorso retributivo, e il rimpatriato stesso, che scoprirà quanto del proprio valore percepito era fisco.
C’è però un secondo ordine anche per chi legge: le scadenze degli altri. Se i concorrenti perderanno i loro rientrati al sesto anno, il titolare che arriva a quella finestra con un budget pronto può fare in casa d’altri esattamente ciò che teme in casa propria. Il calendario è pubblico, la data di rientro di un candidato si legge nel curriculum. Pochi, oggi, la stanno guardando.
Il Focus di settembre 2026 resterà agli atti come la fotografia dell’Italia che torna: 129.362 nomi, 29,6 anni di media, quattro rientri ogni dieci partenze. Ma la stessa fotografia si può guardare dal lato di un capannone. Da lì si vede un titolare che nel 2022 ha assunto un ragazzo tornato da Eindhoven, ne è soddisfatto, gli ha appena affidato i clienti tedeschi. Siamo al quarto anno.
Il ragazzo sa che gliene restano due; il suo commercialista glielo ha già ricordato. La domanda non riguarda il sistema Paese, i flussi o gli incentivi. Riguarda chi legge: in che anno del beneficio è la persona su cui hai costruito di più — e cosa c’è, nel tuo budget, alla voce del suo sesto anno?