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Maldini, Leonardo, Nazionale: 16 giorni per capire come non si governa un’organizzazione


Maldini, Leonardo, Nazionale: 16 giorni per capire come non si governa un’organizzazione Immagine

Photo Credits: sport.sky.it

La governance azzurra come azienda in crisi di delega

Immaginate un’azienda storica, marchio noto, fatturato importante, board da tempo inadeguato. Arriva un nuovo presidente, fresco di elezione. Decide di chiamare due consulenti d’eccezione, due ex top manager conosciuti in tutto il mondo, dà loro mandato pieno: scegliete voi il nuovo amministratore delegato e riformate l’organizzazione. Li presenta alla stampa con applauso. Sedici giorni dopo, i due se ne vanno. Il candidato a AD è fuori. Il presidente cerca un sostituto tra i nomi che aveva in mente fin dall’inizio. E il mercato commenta: era prevedibile.

Sembra la cronaca di un’impresa familiare andata male, di una cooperativa con governance bollente, di una Spa in cui il consiglio non sa se dettare la strategia o eseguirla. È invece la storia di Maldini Leonardo Nazionale, i sedici giorni azzurri che finiscono con una rescissione consensuale e con l’Italia del calcio di nuovo senza guida tecnica. Per chi legge i fatti sportivi come fatti di governance, l’episodio vale quanto un case study da business school.

Il paradosso, per chi dirige o consulente di imprese, è evidente: quando si delega senza perimetro, non si delega — si abdica. Quando poi si ritira la delega a metà dell’opera, non si esercita autorità — si ammette di non averla mai strutturata. E il costo, in termini di credibilità, lo pagano tutti: chi delega, chi accetta, e chi resta a guardare.

Il board di carta e la fiducia che non c’è mai stata

Malagò, fresco presidente FIGC, ha fatto la mossa che molti avrebbero fatto: chiamare Maldini come direttore tecnico e Leonardo come advisor. Nomi forti, autorevoli, capaci di restituire al mondo del calcio italiano una narrazione di competenza e rigore. Ha dato loro un mandato chiaro nelle intenzioni e opaco nei confini: scegliete il ct, riformate il sistema. Una formula che, in qualsiasi consiglio di amministrazione che si rispetti, non regge mezza riunione: dietro ogni scegliete voi dovrebbe esserci un memorandum di intesa, un perimetro di veto, una clausola di approvazione, un codice etico applicabile.

Qui c’era la presentazione in sala stampa, c’erano i sogni su Guardiola e Ancelotti, c’era il ripiego su Pirlo. Ma il governance frame, quello vero — chi approva cosa, entro quando, con quali vincoli — non emerge dalle cronache. E quando non emerge, significa che non c’è.

Pirlo ct, il conflitto di interessi che nessuno ha visto arrivare

Ed è qui che la prima corrente fredda, quella dalla Russia, congela tutto. Andrea Pirlo è testimonial di Fonbet, agenzia di scommesse russa. La politica italiana — il ministro Abodi per primo — si alza. Si parla di etica, di reputazione, di segnali inaccettabili per la Nazionale in un momento storico in cui la Russia è sensitiva più che mai. Malagò fa marcia indietro, dice di voler approfondire, poi di fatto ritira il sostegno. Pirlo annuncia di non essere più candidato. Maldini e Leonardo, che su quel nome si erano giocati la faccia, rassegnano le dimissioni.

Per un imprenditore, la sequenza è dolorosamente familiare. Hai scelto un candidato. Hai visto il suo curriculum, la sua rete, il suo valore di marca. Non hai fatto — o non hai fatto fino in fondo — la due diligence sui suoi conflitti, sui suoi contratti commerciali, sui suoi legami con realtà reputazionalmente sensibili. E quando il conflitto emerge, scopri che non avevi strumenti per gestirlo: né una clausola di disimpegno, né un perimetro di incompatibilità, né una tempistica di dismissione.

Il conflitto di interessi è un tema che il mondo del calcio italiano conosce da sempre — agenzie dei figli, procure incrociate, ruoli dirigenziali e rappresentanze che si sovrappongono. Ma è anche, e soprattutto, un tema che qualsiasi board del settore finanziario, farmaceutico, energetico, affronta in ogni nomina. Si traccia prima, o si gestisce male poi.

Fonbet, la Russia e il testimonial che diventa passivo

L’elemento che rende il caso Pirlo speciale non è il conflitto in sé, che sarebbe gestibile, ma il contesto geopolitico. Una agenzia di scommesse russa, in un’Italia in cui la guerra in Ucraina è ancora materia politica quotidiana, trasforma un contratto commerciale in una questione reputazionale di Stato. E qui, per chi fa impresa, c’è una lezione sottile: il rischio reputazionale non dipende solo da cosa fai, ma da quando lo fai e da cosa succede nel mondo mentre lo fai.

Un contratto con Fonbet firmato tre anni fa, in un altro contesto, avrebbe potuto essere un dettaglio. Lo stesso contratto nel luglio 2026 diventa un passivo. La solidarietà dell’ambasciata russa, anch’essa riportata dalle cronache, è il sigillo di un cortocircuito che il calcio italiano non poteva permettersi.

Il rischio reputazionale come iceberg

L’iceberg, per chi dirige aziende, è noto: sotto il segno visibile del contratto con Fonbet, c’è tutta la parte sommersa — il legame percepito con un regime, la narrativa che si costruisce sui social, la reazione politica, l’effetto sui consumatori, sulla fanbase, sugli sponsor. Il costo di un errore di valutazione reputazionale, in un assetto brand-driven come quello sportivo, è sproporzionato rispetto al costo di una due diligence seria. Che, per la cronaca, costa una frazione di quel che costa l’annullamento di una nomina in conferenza stampa.

Dalla delega piena al ritiro della fiducia: anatomia di una rottura

La rottura tra Malagò e la coppia Maldini-Leonardo non è avvenuta in un’aula di tribunale, ma in videoconferenza, con il tono di chi non si riconosce più nel proprio interlocutore. Il presidente federale aveva approvato la scelta di Pirlo già venerdì; aveva fissato per il lunedì a pranzo l’incontro con manager e legali per redigere il contratto. L’incontro salta. Si parla di una serata in cui qualcosa cambia, di un approfondimento che il presidente sente di dover fare, di un approfondimento che il presidente sente di non poter evitare. E qui la dinamica è chiara: la delega concessa il primo giorno viene revocata il quindicesimo, senza che il perimetro sia mai stato formalmente tracciato. Non è un cambio di strategia — è l’assenza di una strategia che emerge.

Per chi governa aziende questo è il punto più doloroso. La fiducia non si revoca per capriccio, ma perché si scopre che non era mai stata strutturata. E quando la si ritira a metà dell’opera, il danno reputazionale si moltiplica: il candidato si sente umiliato, i delegati si sentono sconfessati, il presidente si scopre esposto, e l’intera organizzazione mostra la propria frattura in diretta.

Quando l’autonomia concessa diventa autonomia revocata

C’è un momento, in ogni governance fragile, in cui l’autonomia concessa si trasforma in autonomia revocata. Non è un atto formale, non è un voto del consiglio. È una frase — devo approfondire — che dice tutto ciò che serve: il mandato non è più intero, la fiducia è sotto esame, e chi aveva credito ne ha meno di ieri. Maldini e Leonardo lo hanno capito. Hanno letto il segnale. Hanno scelto di non restare in una posizione in cui ogni decisione futura sarebbe passata al vaglio di un presidente che aveva smesso di delegare.

In azienda si chiama scope creep all’inverso: invece di allargare il mandato senza accordo, lo si restringe senza preavviso. Il risultato è identico. Chi riceve il mandato non sa più dove finisce il proprio potere e dove inizia quello di chi lo ha conferito. E quando il confine è opaco, in genere qualcuno se ne va.

Sedici giorni: il tempo di una due diligence seria, non di un incarico

Sedici giorni sono il tempo di una due diligence seria su un’operazione rilevante, non il tempo di un incarico che si chiude. E invece è il tempo che è servito a Maldini e Leonardo per entrare e uscire dalla FIGC. È il segnale più netto che qualcosa, nel disegno, non ha mai tenuto: né il mandato, né la selezione del ct, né l’architettura delle funzioni. Una due diligence seria su Pirlo — sui suoi contratti, sui suoi legami, sui suoi conflitti — sarebbe dovuta avvenire prima di annunciarlo, non dopo. Avrebbe richiesto tempo, persone, lawyer, compliance officer. Avrebbe richiesto, in due parole, una struttura.

L’assenza di quella struttura è la vera protagonista di questa storia. Non Pirlo, non Maldini, non Leonardo, non Malagò. La mancanza di un metodo. E il metodo, in qualsiasi organizzazione che voglia sopravvivere alla complessità, è ciò che resta quando i nomi cambiano.

I figli, le procure, il confine che non si traccia mai

Ed è qui che si entra nel cuore del problema. Perché dietro il caso Pirlo ct, dietro la questione Fonbet, c’è un nodo più profondo che le cronache evocano e nessuno scioglie davvero: i ruoli dei rispettivi figli nelle agenzie Youfirst e GR Sport, entrambe operanti nel mercato delle procure di calciatori. Niccolò Pirlo da una parte, Christian Maldini dall’altra. Una situazione che, in qualsiasi altro settore, chiamereste semplicemente conflitto di interessi strutturale. Nel calcio italiano lo chiamate normalità.

Per un imprenditore la cosa sorprendente non è che esistano questi legami — esistono ovunque, in tutte le industrie in cui famiglia, rete e affari si intrecciano. Sorprendente è che non siano governati da regole trasparenti, da perimetri dichiarati, da un codice che separi il ruolo dirigenziale dal favore indiretto. Sorprendente è che, ancora oggi, si continui a pensare che il conflitto di interessi sia un dettaglio gestibile caso per caso, invece di un tema strutturale da regolare ex ante.

Niccolò Pirlo e Christian Maldini: il nodo che precede il ct

È il nodo che precede il ct. È il motivo per cui, anche se Fonbet non fosse esistito, la questione sarebbe rimasta aperta. Perché un direttore tecnico con un figlio procuratore, in un sistema in cui il direttore tecnico ha voce su contratti, cessioni, chiamate e selezioni, è un direttore tecnico in situazione potenziale di conflitto. Non necessariamente in conflitto reale — ma in situazione potenziale, che è esattamente ciò che il diritto societario e il compliance framework di qualsiasi banca, di qualsiasi società quotata, di qualsiasi ente regolato vanno a colpire.

Si tracciano i confini prima. Si firmano le incompatibilità prima. Si dichiarano i related parties prima. Si stabiliscono i chinese walls prima. Non si aspetta il caso Fonbet per scoprire che il sistema ha un problema di nature familiare e procacciamento clienti. Il fatto che il nodo sia noto, citato nei giornali, eppure non risolto da nessun organo federale, dice molto sulla cultura del settore: una cultura che confonde la consuetudine con la regola, e la normalità con l’accettabilità.

Chi vince e chi perde nella mappa competitiva del calcio italiano

Il calcio italiano, dopo questi sedici giorni, è più povero di autorevolezza ma più ricco di opportunità — per chi sa leggere. Perde la FIGC, che ha mostrato al mercato la propria incapacità di strutturare un processo. Perde la coppia Maldini-Leonardo, che esce da un’esperienza breve con un danno di immagine non indifferente: l’ostinazione presentata come coerenza non regala curriculum. Perde Pirlo, che ha scoperto quanto il proprio brand personale sia fragile di fronte a una due diligence reputazionale seria. Perde il sistema delle procure, che vede messo in luce il proprio.confine mai tracciato.

Vince, invece, il disegno alternativo di Malagò — quello che, secondo le cronache, aveva in mente fin dall’inizio. Chiellini come direttore tecnico, con un profilo più istituzionale e meno esposto ai conflitti familiari. Mancini o Conte come ct, nomi forti, noti al grande pubblico, capaci di restituire narrativa senza sorprese. È la vittoria della prevedibilità sulla scommessa. E, in un certo senso, è la vittoria del metodo governativo sulla delega creativa.

Chiellini dt e il ritorno del nome di governo

Giorgio Chiellini come direttore tecnico è il ritorno del nome di governo. È la scelta che rassicura gli sponsor, i club, la politica, la stampa. È la scelta che non richiede di rassicurare nessuno. Per chi fa impresa è un’operazione comprensibile: quando il rischio reputazionale è alto, si torna ai nomi che non hanno bisogno di presentazioni. Si rinuncia alla scommessa per garantirsi la governabilità. Si accetta un’innovazione minore in cambio di una stabilità maggiore.

Ma c’è anche un rovescio. Perché il nome di governo, nella sua prevedibilità, è anche il nome che non sposta la mappa. Chiellini è competente, credibile, rispettato. Ma il suo ingaggio non cambia il modello di business del calcio italiano, non introduce nuova internazionalità, non porta capitali né competenze dal fuori. È una scelta di consolidamento, non di rottura. E quando un sistema ha bisogno di rottura quanto quello del calcio italiano — sempre più dipendente dal diritto tv, sempre meno capace di attrarre capitali istituzionali, sempre più distante dai grandi circuiti europei — scegliere il consolidamento è una scelta che dice molto.

Mancini, Conte, Thiago Motta: il mercato dei ct come mercato degli AD

Mancini, Conte, Thiago Motta. Sono i nomi che girano. Ma sono anche, se ci si ferma a guardare, le coordinate di un mercato — quello dei commissari tecnici — che si muove con la stessa logica del mercato degli amministratori delegati. Si cerca un profilo tecnico, certo. Ma soprattutto si cerca un profilo reputazionale, un brand personale, una capacità di mediazione, una regia nei confronti degli stakeholder. Si cerca qualcuno che non abbia conflitti, che non abbia passivi, che non abbia legami sensibili. Si cerca, in due parole, qualcuno di approvabile.

E qui si capisce quanto il calcio abbia anticipato, senza dirlo, la cultura corporate. Il ct di oggi è un AD di una società complessa, con board di club, politician, sponsor, tifosi, media. Non basta allenare. Bisogna governare. E non si governa con un brand personale fragile. La lezione, per chiunque cerchi un manager da mettere a capo di un’organizzazione esposta, è netta: la selezione tecnica senza selezione reputazionale non è una selezione. È un azzardo.

Le tre lezioni che ogni consiglio di amministrazione dovrebbe scrivere

Di questa storia restano, per chi governa imprese, tre lezioni. Sono lezioni che valgono per la FIGC come per qualsiasi Spa, famiglia d’affari, ente, fondazione.

Lezione uno: delega senza perimetro è abdicazione

La delega non è un atto di generosità, è un atto di architettura. Si delega un obiettivo, entro un perimetro, con un sistema di veto, con una tempistica di approvazione, con regole di trasparenza e di rendicontazione. Quando si delega senza tutto questo — scegliete voi, fate voi, riformate voi — non si delega. Si abdica. E l’abdicazione, in governance, non è mai virtuosa: è l’anticamera del caos. Chi riceve il mandato non sa dove finisce il proprio potere; chi lo conferisce non sa dove inizia la propria responsabilità. Dopo sedici giorni, in genere, qualcuno se ne va.

Lezione due: il conflitto di interessi si governa prima, non durante

Il conflitto di interessi non è un imprevisto. È una variabile strutturale di qualsiasi organizzazione in cui potere, famiglia, affari e reputazione si intrecciano. Si governa ex ante, con codici, dichiarazioni, incompatibilità, chinese walls, dismissioni programmate. Non si governa durante, con i comunicati, le polemiche, i ripensamenti. Il caso Pirlo, il caso dei figli, il caso delle procure: sono tutti esempi di un sistema che ha sempre trattato il conflitto come eccezione invece di riconoscerlo come regola del proprio funzionamento. E il costo, in termini di credibilità, è sproporzionato rispetto al costo di un codice serio.

Lezione tre: la succession non è un colpo di scena, è un processo

La scelta del ct, come la scelta di un amministratore delegato, non è un annuncio. È un processo che inizia con la mappatura dei candidati, continua con la due diligence, passa per il mandato chiaro, si chiude con la contrattualizzazione e la presentazione. Ogni fase ha i suoi protagonisti, i suoi tempi, i suoi deliverable. Quando invece si annuncia prima e si struttura poi — vi presento il nuovo dt, ora decidiamo insieme cosa deve fare — si rovescia l’ordine del metodo. E si ottengono i sedici giorni azzurri.

Quando la sedia comincia a scottare, non è più il ct che si sceglie

Quando la sedia comincia a scottare, non è più il ct che si sceglie. È il modello che si difende, è il sistema che si ritira, è il nome che si sacrifica per non toccare la struttura. Il calcio italiano, in questi sedici giorni, ha mostrato di saper sostituire le persone ma non di saper riprogettare i processi. Ha mostrato di saper annunciare ma non di saper strutturare. Ha mostrato, soprattutto, di confondere la leggenda — il nome, il campione, il simbolo — con la competenza che serve a governare un’organizzazione complessa.

La vera domanda non è chi siederà sulla panchina azzurra. È se il calcio italiano saprà mai costruire la struttura che rende il nome del ct irrilevante rispetto alla solidità del sistema. Perché nelle organizzazioni che funzionano, il nome è il risultato del processo — non il sostituto. E quando il nome sostituisce il processo, sedici giorni sono tutto il tempo che serve per scoprirlo.

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