Scrivi la tesi e in ventiquattro ore te la rilegano e pubblicano. È la promessa che Universitalia mette in prima pagina sul proprio sito, accanto a un catalogo dove i volumi costano tra 10 e 35 euro e dove compaiono titoli come La traduzione del Liaozhai zhiyi di Ludovico Nicola di Giura o Un profilo del teatro greco moderno di Cristiano Luciani. La casa editrice dichiara di eseguire l’intero processo in sede, senza affidare passaggi produttivi all’esterno e di attribuire a ogni pubblicazione i codici ISBN, EAN, DOI e ISSN.
Non c’è niente di losco in tutto questo. È una filiera che funziona, con tempi che nessun editore tradizionale può avvicinare. Il problema comincia dopo, quando il volume esiste e va usato: perché quello che hai comprato è un oggetto, e quello che pensavi di comprare è un segnale. Il valore professionale di una tesi pubblicata dipende da chi ha selezionato il testo, non da chi lo ha stampato. Le due cose viaggiano insieme solo quando l’editore le tiene insieme deliberatamente.
L’ISBN è l’elemento che quasi tutti fraintendono, ed è comprensibile: ha l’aspetto di una certificazione. Tredici cifre, un codice a barre, un registro nazionale. Ma l’ISBN è un identificatore commerciale — serve a distinguere un’edizione da un’altra nei cataloghi, nei magazzini, nei sistemi di ordinazione delle librerie. Certifica che il libro esiste ed è ordinabile. Non dice una parola su cosa ci sia scritto dentro.
Lo stesso vale, con una sfumatura in più, per il DOI: identifica in modo persistente un contenuto digitale e ne garantisce la reperibilità nel tempo. È utile, è tecnicamente serio, e non è un giudizio. L’ISSN identifica una pubblicazione periodica. L’EAN è il codice che passa sotto lo scanner in cassa.
Quattro codici, quattro funzioni, nessuna delle quali è valutativa. È un’osservazione tecnica, non un’accusa: nessun editore sostiene il contrario e Universitalia li elenca correttamente per quello che sono, strumenti di identificazione e reperibilità. Il fraintendimento nasce altrove, nella testa di chi li riceve. Un laureato di venticinque anni che ha passato otto mesi su un corpus inedito guarda quei codici e legge: ora è ufficiale. La distanza tra “identificato” e “validato” è tutta lì, in quell’istante di lettura.
E la distanza si allarga quando entra in gioco il tempo. Ventiquattro ore dalla consegna alla pubblicazione è un dato di efficienza produttiva notevole, e come tale viene dichiarato. Ma è anche, involontariamente, un’informazione sul processo: in ventiquattro ore non si fa una valutazione scientifica, e nessuno sostiene che la si faccia. La velocità non è un difetto del servizio. È la descrizione esatta di cosa il servizio è — stampa e pubblicazione — e di cosa non include.
Resta da capire perché questo conti così tanto per un curriculum.
Il valore di un titolo pubblicato nasce nel punto in cui qualcuno, che non sei tu, ha detto di sì. Un direttore di collana che ha accettato il manoscritto. Due referee anonimi che hanno letto e chiesto revisioni. Un comitato scientifico che ha messo il proprio nome sulla copertina accanto al tuo. Quel sì è costoso da ottenere e per questo significa qualcosa: è un’informazione che il lettore del curriculum non avrebbe potuto produrre da solo.
Quando il sì manca, il titolo non diventa falso. Diventa muto. Comunica che esiste un volume, che ha un autore e un editore, e nient’altro — esattamente quello che i codici certificano.
Un titolo pubblicato non dice quanto vali: dice chi ti ha scelto, e se non ti ha scelto nessuno lo dice lo stesso.
Chiamiamolo il costo del sì mancante: la differenza tra quello che il laureato crede di aver comprato e quello che il destinatario effettivamente legge, quando nessun soggetto terzo ha selezionato il testo. Non è una perdita contabile. È uno scarto di interpretazione, e si paga interamente al momento della lettura, mesi dopo l’acquisto, senza che nessuno te lo comunichi.
Il punto cieco è proprio qui e ha a che fare con chi legge. Un responsabile delle risorse umane che scorre un curriculum non apre il libro: guarda la riga, riconosce o non riconosce l’editore, e passa oltre. Un professore che valuta una domanda di dottorato sa distinguere in pochi secondi una collana con referaggio da una che non ce l’ha — è il suo mestiere. Un libraio sa che un volume senza rete distributiva e senza promozione resta in magazzino, qualunque codice abbia sul retro.
Tu vedi un oggetto sullo scaffale. Loro vedono un canale.
Chi guadagna dal fatto che questa distinzione resti confusa? Gli editori a pagamento e i service tipografici, che vendono un prodotto reale a un prezzo dichiarato e onorano ciò che promettono. I relatori, che vedono circolare il lavoro supervisionato senza spendere nulla. Le università, che ottengono visibilità dalle collane senza finanziarle. Chi paga il prezzo è uno solo: il laureato magistrale tra i 24 e i 28 anni, che ha investito sulla riga del curriculum e riceve un oggetto.
Nel 2024 in Italia sono stati conseguiti 415.553 titoli di laurea: 233.334 lauree triennali, 143.379 magistrali e 38.442 magistrali a ciclo unico. È quindi questo, grossomodo, il bacino massimo annuale di nuove tesi/elaborati finali.
La pubblicazione vera e propria è però una piccola frazione di questo bacino.
Il mercato, però, si divide abbastanza chiaramente in tre canali.
1. Piattaforme specializzate in tesi. Consentono al laureato di pubblicare gratuitamente la propria tesi e renderla consultabile/acquistabile online.
2. Self-publishing / editoria a pagamento o assistita. Qui la tesi viene trasformata in un vero libro, generalmente con ISBN e distribuzione commerciale. In questo segmento rientrano anche altri servizi di self-publishing e piccoli editori che offrono pubblicazione con contributo dell’autore.
3. Editoria accademica/tradizionale. È il segmento più selettivo: una tesi particolarmente interessante viene rielaborata e diventa una monografia o un saggio scientifico, oppure parti della tesi diventano articoli su riviste accademiche. Qui non si pubblica normalmente la tesi “così com’è”: viene trasformata editorialmente in un prodotto destinato a un pubblico più ampio.
Quindi, parliamo di un bacino di oltre 400.000 nuovi laureati l’anno, ma non 400.000 potenziali clienti. Il mercato realmente aggredibile è quello dei laureati che considerano la tesi un lavoro da valorizzare professionalmente, non semplicemente un documento universitario.
A qualcosa serve e l’obiezione va presa sul serio perché è la più forte contro tutto quello che ho scritto finora.
Un volume stampato con ISBN è citabile in bibliografia. È depositabile nelle biblioteche nazionali. Lo puoi spedire a un potenziale relatore di dottorato prima di scrivergli, lo puoi lasciare sul tavolo in un colloquio, lo puoi mettere in mano a un direttore editoriale. Per chi lavora in editoria, nell’insegnamento o nella consulenza culturale, un libro fisico apre conversazioni che un allegato PDF non apre — e non perché il contenuto cambi, ma perché cambia il costo di attenzione richiesto all’interlocutore.
E il prezzo va tenuto in proporzione. Un volume di catalogo tra 10 e 35 euro, dopo cinque anni di università, non è un investimento che rovina nessuno.
L’obiezione, formulata bene, dice questo: stai confondendo il mercato accademico — dove conta solo il referaggio e nient’altro — con il mercato del lavoro, dove conta la riconoscibilità e un libro è un biglietto da visita che pesa duecento grammi.
Ha ragione, e ha ragione a condizioni precise. Il volume funziona come strumento quando lo usi attivamente: quando lo spedisci a persone specifiche con una ragione specifica, quando lo citi in un progetto di ricerca, quando lo porti in una stanza. Smette di funzionare nel momento in cui lo consideri un risultato acquisito, una riga che lavora da sola mentre tu fai altro. La differenza non sta nell’editore. Sta in cosa fai il giorno dopo la consegna.
Per questo la domanda giusta, prima di firmare, non è “questo editore è serio” — Universitalia dichiara tempi, codici e processo con precisione verificabile, e questo è più di quanto faccia una parte del settore. La domanda è: a chi consegnerò fisicamente una copia, entro tre mesi, e perché quella persona dovrebbe leggerla?
Se hai i nomi, il volume ha un senso operativo. Se non li hai, stai comprando una soddisfazione personale — legittima, ma da contabilizzare per quello che è.
Resta l’ultimo movimento, quello che riguarda il settore intero.
Man mano che pubblicare diventa più rapido, più economico e più accessibile, il titolo “autore di un volume con ISBN” perde progressivamente potere discriminante. Non per un difetto dei singoli editori: per aritmetica. Un segnale vale in proporzione a quanto è costoso emetterlo. Quando il costo tende a zero, il valore informativo tende a zero con lui.
L’effetto di primo ordine è ovvio e già visibile: la riga nel curriculum conta meno di quanto contasse. L’effetto di secondo ordine è più interessante. Quando avere un libro smette di distinguere, torna a distinguere ciò che il libro contiene — e soprattutto torna a distinguere chi l’ha selezionato. Il valore migra dall’oggetto alla collana, dalla collana al comitato, dal comitato al nome del direttore scientifico che ci ha messo la faccia.
Questo produce una biforcazione netta nel mercato dell’editoria universitaria. Da una parte i service di pubblicazione, che competono su tempi, prezzo e qualità materiale — un terreno legittimo, misurabile, dove ventiquattro ore e una rilegatura solida sono vantaggi veri. Dall’altra gli editori che investono in direzione scientifica e revisione, e che vendono l’unica cosa che non si può stampare: il sì di qualcuno.
Sono due mestieri diversi che oggi usano la stessa parola — “editore” — e lo stesso codice a tredici cifre. Nei prossimi due anni la distinzione diventerà leggibile anche a chi oggi non la vede, perché ogni laureato che riceve un curriculum in mano impara a fare quel controllo da trenta secondi.
Se parliamo di pubblicazioni presentate come titolo per entrare in un dottorato italiano, oggi una pubblicazione senza referaggio (non peer-reviewed) può essere valutata, ma in genere non ha lo stesso peso di una pubblicazione scientifica sottoposta a peer review. Non esiste però una regola nazionale che assegni un punteggio unico: conta il bando del singolo dottorato e la griglia stabilita dalla commissione..
C’è poi una distinzione importante tra selezione per entrare nel dottorato e valutazione dell’attività scientifica durante/alla fine del dottorato. In quest’ultimo caso il peer review può diventare molto più importante.
Il laureato che capisce la biforcazione prima degli altri ha due mosse a disposizione, e sono entrambe buone: pubblicare come strumento, sapendo che è uno strumento, e usarlo; oppure investire il tempo — non i soldi — nel sottoporre un estratto a una rivista con referaggio, accettando mesi di attesa e la possibilità concreta di un no.
La seconda strada è più lenta, più incerta e più spiacevole. È anche l’unica che produce un sì che vale qualcosa, proprio perché poteva essere un no.
Ventiquattro ore dalla consegna allo scaffale. Vista dal lato della produzione è un risultato industriale serio: una filiera interna, tempi che nessun editore tradizionale avvicina, qualità controllata in sede. Vista dal lato di chi la tesi l’ha scritta, quella stessa cifra racconta qualcos’altro — racconta che tra il tuo file e il tuo libro non c’è stato nessun intervallo in cui qualcuno potesse dire di no.
Il libro che arriva è vero. La copia che metti in mano ai tuoi genitori vale esattamente quello che vale, e nessuno dovrebbe togliertelo.
La domanda è un’altra, e conviene farsela prima di firmare, non dopo: fra due anni, quando quella riga sul curriculum non dirà più niente a nessuno, cosa avrai in mano che non avresti avuto comunque?